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Banche italiane sicure? le verità nascoste

Dal caso Etruria, paure e perplessità aleggiano nel mondo dei risparmiatori che, dopo tanti sacrifici, hanno paura di affidare i risparmi di tutta una vita alle banche italiane. Quello accaduto, del resto, potrebbe essere solo un assaggio di quanto accadrà a partire dal prossimo anno con le nuove norme sul cosiddetto “bail in” letteralmente salvataggio interno, ovvero uno strumento che consente alle autorità di risoluzione di disporre, al ricorrere delle condizioni di risoluzione, la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione e a mantenere la fiducia del mercato.

Una legge a nostro avviso assurda perchè coinvolge i risparmiatori ignari della mala gestione dei soci forti e degli amministratori disonesti o incapaci. In poche parole salvano le banche con i nostri soldi!

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Crisi MPS (chi pagherà il conto?)

La crisi del MPS, la più antica banca del mondo e terza più grande d'Italia per asset, rischia di mettere in crisi l’intero sistema bancario perché a pagare i crediti inesigibili sarebbero altre banche e quindi, a cascata, su tutti i risparmiatori. Le azioni delle banche italiane, che da inizio anno sono crollate, sono infatti risalite un po’ nella seduta di lunedì 15 ma le preoccupazioni di fondo rimangono. Per risolvere la crisi delle banche collassate, infatti, non è stato usato denaro pubblico ma altre banche hanno dovuto dare un contributo speciale a un fondo di risoluzione, mentre azionisti e obbligazionisti subordinati esistenti sono stati spazzati via. I contributi speciali costano a Intesa quasi 380 milioni di euro, a UniCredit quasi 280 milioni e al Banco Popolare 114 milioni.

Stress test: sono dati affidabili?

Per saperne di più su quali sono gli effettivi rischi dei risparmiatori, particolarmente interessante risulta l’esito degli stress test, in grado di misurare con un buon margine di precisione la solidità degli istituti di credito, ovvero il grado di resistenza in caso di una forte recessione e di turbolenze di mercato. La situazione italiana è, a quanto pare, meno preoccupante di quanto si poteva immaginare dato che 4 banche su 5 hanno ottenuto risultati positivi. Diversamente dal passato, gli stress test 2016 non fissano in caso di scenario avverso una soglia patrimoniale al di sotto del quale la banca è obbligata automaticamente alla ricapitalizzazione (tale soglia nell'ultimo test del 2014 corrispondeva al 5,5%). Ma si limitano a dare indicazioni circa lo stato di salute del credito, che è il dato a cui gli investitori guarderanno. I risultati saranno comunque oggetto della valutazione della vigilanza Bce che in autunno-inverno condurrà l'esame Srep e qunidi fatalmente porteranno a correzioni per le banche che dovessero presentare debolezze.

Gli stress test devono essere letti e confrontati anche con i CET1ratio per avere una migliore visione. Ecco che in questo modo qualcosa sembra non quadrare e si sollevano diversi dubbi sull'affidabilità di questi parametri per valutare la solidità delle banche.

Come sono andate le banche in Borsa?

In un anno:

Il trend delle banche in borsa nell’ultimo anno è decisamente negativo. La peggiore in assoluto è stata la Monte Paschi Siena ( -82%), seguita da Carige (-80%) e Banco Popolare (-78%). Inferiori ma comunque gravi le perdite di Credito Valtellinese ( -70%), Unicredit (-63%), UBI (- 62%), Banca Pop di Milano (-54%), BPER ( -53%) e Intesa SanPaolo ( -42%). Tutte le borse nel mondo hanno registrato perdite, principalmente per il crollo del prezzo del petrolio e per il rallentamento dell’economia cinese, ma il crollo delle banche italiane è una questione distinta, che grava ulteriormente sulla borsa di Milano: i titoli delle banche pesano infatti molto sul FTSE MIB, il principale indice di Milano; in Italia se le cose vanno male per le banche, quindi, è facile che vadano male per la Borsa in generale. Inoltre in Italia le aziende si rivolgono normalmente alle banche per finanziare i propri progetti – anziché ai mercati finanziari, emettendo obbligazioni o prodotti simili – e questo lega ancora di più l’andamento delle imprese con quello delle banche in borsa.

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Cosa sta accadendo alle banche (non solo italiane)?

Ultimamente il sistema bancario italiano ha fatto parlare di sé per via delle tempeste che hanno coinvolto alcuni suoi istituti di credito. Tra salvataggi di stato, cordate tra istituti e inchieste, sembra proprio che non ci sia pace per il comparto bancario italiano!

Banche a rischio fallimento?

Le banche italiane stanno soffrendo per molte ragioni: perché hanno dei consigli di amministrazioni poco capace, un regime di sorveglianza che fa acqua da tutte le parti, e perché sono piene di crediti rivelatisi poi inesigibili e di prodotti finanziari “tossici” che hanno favorito la speculazione finanziaria. Prima con Monte dei Paschi di Siena per cui si sta cercando tuttora una soluzione, e poi con le varie Banca Marche, Banca Etruria, Cariferrara e Carichieti, il governo si ritrova con più di una gatta da pelare.

Ciò significa che se non tutte le banche sono a rischio fallimento, in Italia c'è effettivamente un clima di poca fiducia circa il fatto che alcuni istituti possano continuare a farcela. Per questa ragione il governo sta cercando di intervenire come può, pur rispettando i limiti imposti dal Bail In secondo il quale sono vietati aiuti alle banche effettuati con soldi pubblici.

Cosa nasconde la Germania?

DBK.GERWeekly

Ma a quanto sembra il problema delle banche in difficoltà non è solo ed esclusivamente italiano, anzi, anche dalla Germania ci sono avvisaglie in merito al fatto che "qualcosa non va". La Deutsche Bank, che è la banca più importante della Germania, è stata travolta a più riprese dagli scandali interni e anche in quest'ultimo periodo ci sono elementi che ne stanno compromettendo il volto di solidità e impeccabilità che aveva tentato di darsi.

Dietro il nome di Deutsche Bank, anni fa si nascondeva un gruppo che si proponeva come l'orgoglio della Germania, come la punta di diamante del sistema finanziario made in German. Ma le cose sono cambiate: da un po' di tempo a questa parte le azioni del gruppo hanno visto dimezzare il loro valore in appena un anno di tempo, e l'istituto si vede ora costretto a tagliare circa 9mila posti di lavoro e a chiudere 200 filiali entro il prossimo anno; per non parlare poi degli azionisti, che potrebbero ritrovarsi a perdere i dividendi seguendo una scia già tracciata nel 2015.

Il titolo è adesso in forte tendenza ribassista e potrebbe raggiungere i minimo del 2008 a 7,35 euro! – vedi quotazioni in tempo reale QUI

Mentre Angela Merkel chiede al governo italiano di attenersi alle regole del Bail In e di non intervenire con denaro pubblico per salvare le sue banche in difficoltà, sotto sotto, in Germania, la Deutsche Bank potrebbe avere bisogno di un aiuto del tutto simile da parte della cancelleria tedesca. In pochi ne parlano – men che meno la Germania stessa – ma il gruppo capitanato da Paul Achleitner ha un core capital ratio in continua discesa, e la stessa figura di Achleitner è stata posta sotto accusa per aver contribuito al tracollo dell'istituto.

Sono poi quasi 8mila i procedimenti giudiziari nei quali è precipitata Deutsche Bank, con accuse che vanno dal riciclaggio di denaro fino alla manipolazione dei cambi, passando per l'accusa (tutta italiana) di aver alterato il mercato dei titoli nel primo semestre 2011 con l'obiettivo di favorire una crisi politica dell'Italia a cui effettivamente seguì un cambio di governo.

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Fondo Atlante e IntesaSanPaolo: cos’è e come funziona?

Fondo Atlante da il benvenuto a Intesa Sanpaolo

“Fondo Atlante” – da un po’ di tempo – è un’espressione di cui sentiamo parlare spesso, al tg, alla radio, nei quotidiani, nelle pagine internet e addirittura tra i nostri amici e parenti, correlato il più delle volte alla questione della crisi delle banche. Ma, non tutti sono appassionati a temi quali la politica, la finanza e l’economia, ecco perché in questo articolo cercheremo di spiegarvi in modo più semplice possibile cosa sta succedendo in Italia.

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Il problema: NPL (Non Performing Loans)

Iniziamo dalle basi. Il problema di fondo della crisi delle banche italiane è che hanno ben 350 miliardi lordi di crediti deteriorati, tanto che tra i paesi dell’eurozona, l’Italia detiene il primo posto in termini di volume di NPL (Non Performing Loans, ovvero prestiti non performanti, cioè deteriorati).

Si tratta di tutti quei crediti che le banche hanno concesso a famiglie e/o imprese e non sono stati più rimborsati. È chiaro quindi che le banche vanno in perdita e non concedono più prestiti, il che si ripercuote pesantemente sull’intera economia del Paese.

La soluzione: Fondo Atlante

Per sbloccare il mercato NPL e cercare di trovare una soluzione imminente alla crisi delle banche è stato istituito il Fondo Atlante.

Si tratta di un fondo di investimenti con una dotazione di circa 6 miliardi di euro – promosso dal Governo – finanziato con le risorse private delle stesse banche italiane e aperto ad altri investitori per fare da rete di sicurezza agli aumenti di capitale e risolvere così il problema delle sofferenze.

Il Fondo Atlante ha principalmente due obiettivi:

  • Garantire gli aumenti di capitale delle banche in difficoltà

  • Favorire la vendita dei crediti deteriorati

Per quanto concerne il primo punto, si parla di Bail-In, ovvero una riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti, o la conversione di alcuni di essi in azioni, allo scopo di assorbire le perdite, ricapitalizzando così le banche in misura sufficiente per fronteggiare la crisi e mantenere la fiducia del mercato.

Leggendo ciò risalta subito all’occhio che così facendo gli unici penalizzati saranno i creditori e gli azionisti delle banche, ma in realtà, anche se colpiti vengono protetti in qualche forma anche i contribuenti, in quanto le perdite subite non saranno mai eguali a quelle subite in caso di fallimento della banca.

In questo senso il Bail-in è concepito come uno strumento per ridurre l’impatto della crisi.

Una volta che la ricapitalizzazione sarà avvenuta con successo, per concludere in positivo l’operazione, il Fondo comprerà l’inoptato, ovvero tutte le azioni rimaste invendute, alleggerendo così il negativo delle banche.

Per quanto riguarda, invece, la vendita dei crediti deteriorati, si parla di Repricing, ovvero cercare di far salire il valore di mercato di questi crediti in modo da allineare il più possibile il prezzo che gli investitori sono disposti a pagare al valore dei crediti in sofferenza messi a bilancio dalle banche.

Intesa Sanpaolo apre le porte al Fondo Atlante

Intesa Sanpaolo è il gruppo bancario nato dall’unione tra due grandi realtà bancarie italiane, quali Banca Intesa e Sanpaolo IMI, e si colloca tra i primissimi gruppi bancari dell’eurozona.

Qualche giorno fa è stata presentata la trimestrale, dalla quale è emerso che Intesa Sanpaolo ha chiuso i primi 3 mesi dell’anno con un utile netto pari a 806 milioni di euro (rispetto ai 13 milioni del quarto trimestre 2015 e ai 1.064 milioni del primo trimestre 2015).

INTSNPLWeekly

Una conclusione positiva che ha visto numeri al di sopra delle stime degli analisti: l’utile netto raggiunto è già superiore al 50% dei 3 miliardi di euro di dividendi indicati per l’esercizio 2016, se si considera anche la plusvalenza netta di circa 895 milioni derivante dalla cessione di Setefi e Intesa Sanpaolo Card, il cui contratto di compravendita è stato firmato nei giorni scorsi.

Ma non è tutto. Durante la conference call di presentazione della triennale, Carlo Messina ha dichiarato che Intesa Sanpaolo farà ricorso al Fondo Atlante contribuendo con ben 845 milioni di euro (di cui 300 già stati versati) per ridurre il proprio stock di crediti deteriorati – che ad oggi ammontano a 33,08 miliardi di euro.

Secondo Messina, il Fondo Atlante costituisce una vera opportunità per stabilizzare il settore bancario italiano con un minore rischio di underwriting negli aumenti di capitale (in cui l'istituto è uno dei principali arranger) e una significativa riduzione potenziale delle sofferenze dell'istituto, tutte cose che permetterebbero di porre fine alla crisi delle banche italiane.

Per quanto riguarda il ratio patrimoniale, l’impatto sul Common Equity Tier (Cet1) della partecipazione al Fondo Atlante è stato stimato in 8 punti base ma, un volta che l’intera partecipazione sarà completata, dovrebbe arrivare a 20 punti base.

Ad oggi comunque, il Cet1 risulta pari al 13,1%, confermando così la solidità di Intesa Sanpaolo tra le maggiori banche europee.

Analisi Grafici azioni Intesa Sanpaolo

Le difficoltà del comparto bancario italiano si sono riflesse anche nelle azioni IntesaSanPaolo che hanno raggiunto i minimi del 2014. La prima reazione sul supporto (sup 1) è stata violenta ma durante la settimana appena trascorsa, i prezzi si sono avvicinati nuovamente. La tenuta di 2.10 euro è un importante key level che potrebbe trasmettere forza per un recupero verso 2.50 euro oppure una debolezza fino al successivo supporto a 1.50 euro circa.

Petrolio a 40$, Oro +20%, BCE in agguato

Petrolio apre i mercati a 40$ al barile, Oro a +20%

Oggi sui mercati risalgono le quotazioni del petrolio che, dopo diversi mesi, tornano a 40$ al barile. Anche i future sul Brent e sul WTI sono in rialzo di un punto e mezzo percentuale infatti il Brent è salito fino a 40,68 dollari al barile e il Wti fino a 37,64 dollari. Le quotazioni continuano a salire influenzate dall’accordo siglato il 16 Febbraio  tra Arabia Saudita, Russia, Qatar e Venezuela per il congelamento della produzione di greggio ai livelli del mese di gennaio. Inoltre si svolgerà il 20 Marzo in Russia il meeting Opec tra i paesi produttori di petrolio non Opec.  Gli analisti sono ottimisti sulle previsioni riguardo l’economia cinese e statunitense. In particolare Pechino prevede una crescita fino al 7% circa per il 2016, anche se la solidità del Paese è comunque dubbia. Riguardo l’economia statunitense, un report ha comunicato un aumento di scorte di barili in Oklahoma, inferiore comunque alle previsioni. Ma gli analisti ritengono che le quotazioni continueranno a essere molto volatili.

A Piazza Affari al rialzo del greggio il settore petrolifero reagisce con Eni  -0,44% e Saipem  +5,39%.

BRENTDaily

Idee per il trading petrolio

Dal grafico daily del Brent si nota che la fiammata rialzista si è fermata sulla resistenza della kumo dell'ichimoku e in corrispondenza delle resistenze dinamiche ribassiste di lungo periodo. Anche la Chinkou Span si è fermata a ridosso delle resistenze della kumo. Invece si registra una formazione rialzista data dall'incrocio delle tenkan con la kijun che tuttavia non ci danno un forte segnale essendosi formate sotto la detta kumo. Quindi ci attendiamo un momento di lateralizzazione e di stabililità prima che il petrolio decida se continuare la sua strada verso i 44 dollari oppure tornare indietro sul primo supporto a 36 dollari circa.

Oro in rialzo +20%

Dall’inizio del 2016 a oggi l’oro ha registrato ottime performance sul mercato di commodity. La scorsa settimana la quotazione dell’oro è salita fino a 1250$, per confermarsi a oggi con 1236$. L’aumento dei prezzi è dovuto all’elevata volatilità dei mercati azionari che si è avuta sin dai primi mesi del 2016 e soprattutto dovuta all’applicazione di tassi di interessi negativi da parte di alcune banche centrali per favorire la crescita economica.

Attesa per la riunione BCE il 10 marzo

E’ molto attesa la riunione della BCE di giovedì 10 Marzo tra la BCE e JP Morgan che porterà all’attuazione di una revisione politica monetaria. Il presidente Mario Draghi dovrebbe effettuare un taglio al tasso di deposito di 10/20 punti base e successivamente un altro taglio è previsto a giugno quando in concomitanza ci sarà il referendum britannico sull’adesione all’UE. Però il taglio del tasso di deposito potrebbe comportare un eccesso di liquidità e dunque ledere i profitti delle banche, aumentando il rischio di un aumento dei tassi sui prestiti bancari.

Un altro strumento che la BCE potrebbe adottare è la rimozione del Floor. Questa manovra produrrebbe un aumento degli asset acquistabili, mentre attualmente la BCE può acquistare solamente quelli che abbiano rendimenti a scadenza superiore al tasso di deposito presso la stessa.

Come investire su petrolio e oro?

trading petrolio

E’ possibile diversificare il proprio portafoglio attraverso gli investimenti sulle materie prime, come il petrolio o l’oro. Questo è possibile attraverso diversi strumenti finanziari che abbiamo già trattato qui https://guidatrading.com/guida-trading-online/petrolio-comprare-e-investire-ora-e-il-momento-giusto, quali:

  • Trading con broker opzioni binarie
  • Trading di azioni con broker o banche
  • Acquistando in Borsa azioni legate alle principali società del settore petrolifero (Eni, Saipem, Saras, Terna, Bernstein, Tenaris)
  • ETC legate al prezzo del petrolio, sfruttando le leve finanziarie.

Investire sul petrolio e sull’oro con Plus500

Per investire sulle commodities petrolio oppure sull’oro potrai ad esempio iniziare con il trading in CFD del broker forex PLUS500. Si tratta di un broker forex molto affermato e famoso sul mercato forex e CFD. Opera in tutta Europa e in Italia per mezzo di importanti Licenze, come la Licenza CySEC, la Licenza Consob e altre che gli permettono di operare sul mercato in condizioni di sicurezza e trasparenza. Sul nostro sito è disponibile una recensione completa del broker forex Plus500 per ottenere le principali informazioni in modo da poter scegliere il broker per provare a fare trading CFD sulle materie prime petrolio e oro.

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Investire ai tempi della crisi

Investire ai tempi della crisi

Investire in un periodo di crisi può sembrare una mossa sbagliata, calo dei consumi e disoccupazione descrivono uno scenario di fallimento preannunciato.

Fortunatamente vi è sempre spazio per investimenti proficui per chi tiene gli occhi aperti ed è sempre pronto a cogliere le opportunità. Di certo investire in un’attività imprenditoriale risulta essere sconsigliato, il calo dei consumi renderebbe molto più difficile recuperare il capitale investito e, cosa più importante, far fronte ai debiti ed ai costi che ogni impresa deve necessariamente sostenere.

Sono pochi gli investimenti che oggi vale la pena di fare, pochi perché la restante parte presenta una percentuale di rischio troppo alta per essere considerata conveniente. Quasi tutti questi investimenti proficui riguardano i mercati finanziari. Ovviamente se si è a digiuno di trading tale affermazione potrebbe sembrare assurda e ingiustificata, molti infatti appena sentono parlare di mercati finanziari pensano immediatamente al crollo di colossi dell’economia che hanno portato migliaia di persone a perdere denaro.

L’attività del trader è ben diversa da quella del padre di famiglia che mette i propri risparmi in un fondo comune o li affida nelle mani di un consulente finanziario, il trader conosce il mercato e vi opera direttamente assumendosi il rischio delle proprie decisioni.

Ovviamente però nessuno potrebbe mai gestire il proprio denaro investendolo nei mercati senza una adeguata istruzione, senza conoscere affondo i mercati e senza comprenderne le dinamiche che spingono i prezzi verso una determinata direzione. Come è ovvio, un solo articolo non basta, per avere le conoscenze giuste bisogna studiare ed osservare il mercato, ma prima di iniziare, prima di studiare è giusto che tu sappia cosa ti può offrire concretamente il trading.

QUANDO SI PUÒ GUADAGNARE NEL TRADING

Forse speravi che al posto di ” quando ” ci fosse la parola ” quanto “, ma devi sapere che il quanto dipende essenzialmente dalla tua bravura, non è, quindi, una cifra media calcolabile, ci sono alcuni trader che guadagnano il 20% all’anno, altri che superno il 100%, altri ancora che hanno, non in modo costante, raggiunto il 1000% di guadagni.

Il quando invece e molto più interessante, infatti, nel mercato si può guadagnare teoricamente sempre, e cioè, sia quando un titolo sale, sia quando scende, sia quando si muove in una fase laterale. Praticamente il mercato offre opportunità continue, il trader deve però saperle cogliere nel momento giusto e sfruttarle a proprio vantaggio.

  • ANDARE LONG

Con il termine Long si intende nel trading un’apertura di una posizione di acquisto ( andare long ). L’apertura di tale posizione viene generalmente fatta quando il titolo è in una fase rialzista, ossia, quando i prezzi subiscono una variazione positiva nel tempo.

  • ANDARE SHORT

Una vendita short è sostanzialmente una vendita allo scoperto, tale attività viene svolta quando si prevede che il prezzo di un determinato titolo scenda rispetto al valore attuale. La vendita short non presuppone l’acquisto di un titolo, ma semplicemente lo si prende a prestito dal broker, vediamo, attraverso un esempio pratico, cosa succede quando si vende allo sciperto.

Supponiamo di aprire una posizione short sul titolo apple, vendiamo 100 azioni del valore si 500€ ( 500€ x 100 = 50.000€. Non le possediamo in portafogli e, quindi, le prendiamo in prestito dal broker. Il broker ci presta le 100 azioni che vengono immediatamente vendute al prezzo attuale di mercato ( 500€ ). Abbiamo perciò incassato € 50.000 e dobbiamo restituire al broker le 100 azioni + una percentuale di interesse. La logica che ci ha portato ad aprire una posizione short è quella che vede il prezzo delle azioni destinato a scendere nel breve periodo. Se la nostra previsione si rivela giusta allora lo scenario possibile potrebbe essere questo:

Dopo due settimane il prezzo delle azioni Apple scende a 400€, decidiamo di chiudere la nostra posizione short. Acquistiamo perciò 100 azioni Apple a 400€, spendendo 40.000€, il nostro guadagno sarà quindi di: 50.000€ – 40.000€ = 10.000€, da questi 10.000 va sottratta la percentuale dovuta al broker per averci prestato le 100 azioni.

Abbiamo visto che si può guadagnare sia quando il mercato sale sia quando scende, ma ci sono dei periodi in cui il mercato è in fase laterale, ossia, periodi in cui il prezzo oscilla tra due valori di minimo e massimo, come in figura.

Mercato laterale

In questa fase l’investimento risulta essere abbastanza rischioso, infatti, il prezzo potrebbe rompere da un momento all’altro una delle due linee di tendenza prendendo una direzione ben definita. A questo punto potremmo desistere ed aspettare che il prezzo esca da questa fase, oppure, potremmo decidere di

Ricetta Monti: problemi risolti o stiamo peggio di prima?

La ricetta Monti funziona? Riusciremo a salvare la pelle e ad evitare di finire come la Grecia, oppure stiamo solo agonizzando e nel frattempo siamo diventati tutti più poveri, tristi ed incazzati?

Tasse, imposte, austerità, razionalizzazione della spesa pubblica, tagli degli sprechi, sono la formula magica che ci farà ripartire, oppure c’è qualcosa che non funziona, che i bravi tecnici che adesso sono al Governo non riescono a capire, o che fanno finta di non capire?

Tante belle domande meritano risposte da 10 e lode, ma purtroppo nessuno riesce a prevedere con esattezza il futuro, sebbene esistano dei sedicenti maghi che di mestiere fanno proprio questo.
Allora ci dobbiamo accontentare di previsioni, come quelle del tempo, e ribadiamo previsioni, quindi non certezze.

Tuttavia però, se una previsione è fatta con accuratezza, non campata in aria, e sulla base di dati storici ed economici, allora possiamo ragionevolmente attenderci di fare buone previsioni.
Per spiegare (o almeno per ipotizzare secondo il nostro ragionamento) quale potrebbe essere il futuro prossimo dell’Italia e dell’area Euro, prendiamo spunto da alcuni post del professore Alberto Bagnai che trovate pubblicati sul sito http://goofynomics.blogspot.it, Docente di politica economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara.

In primo luogo rispolveriamo la Formazione del PIL (queste formule le trovate in qualsiasi libro di Economia Politica)

Questa è la formula Kenesyana semplificata del reddito:
Y= C + G + I + NX

Y è il reddito
C sono i consumi privati
G è la spesa pubblica
I sono gli investimenti
NX le esportazioni nette, cioè la differenza tra esportazioni ed importazioni di un paese.

Il PIL di un paese non è altro che la somma di tutti i redditi prodotti da quel paese, cioè Y, quindi Y non è altro che il PIL, cioè l’intero valore della produzione. In formule PIL=C + G + I + NX

Adesso facciamo un esempio utilizzando dati inventati:
Supponiamo che L’Italia abbia un debito pubblico di 114 miliardi (nella realtà è di quasi 2 mila miliardi), con un PIL di 95 miliardi ed un rapporto debito/PIL di 114/95 =1,2 – ovvero al 120% (il rapporto è veramente al 120% circa).

Per gli esperti questo rapporto è troppo elevato, quindi bisogna abbassarlo.
Ma come si abbassa?
Essendo un rapporto, o si diminuisce il numeratore, quindi si riduce il debito, oppure si aumenta il denominatore, cioè si aumenta il PIL, quindi aumenta la crescita.

Bene, proviamo a ridurre il debito allora!
Ma come facciamo? Diminuiamo la spesa pubblica e quindi riduciamo le uscite, oppure aumentiamo le entrate, cioè le tasse?

Di aumentare le tasse non se ne parla (in un mondo ideale), quindi diminuiamo la spesa pubblica, eliminiamo gli sprechi, riduciamo i servizi. Non stanno facendo questo al Governo?

Supponiamo di ridurre di 5 miliardi la spesa pubblica, secondo voi cosa succederà al rapporto debito/PIL?
Attenzione, stiamo ipotizzando che:
1. Il PIL rimane costante
2. Non aumentano le tasse
3. Che siamo in pareggio di bilancio. Per la cronaca, il FMI prevede che ciò non accadrà fino al 2017

Allora calcoliamo il nuovo rapporto:
Visto che la spesa pubblica rientra tra i redditi, cioè tra il PIL, dobbiamo togliere 5 miliardi anche al PIL, quindi 109/90 = 1,21 cioè 121%

Dopo tanti sforzi e sacrifici il rapporto è aumentato!
Ma non volevamo ridurlo?

Sebbene sotto determinate ipotesi ed in maniera semplificata, abbiamo dimostrato che se vuoi ridurre il rapporto debito/PIL non puoi solamente ridurre la spesa pubblica.

Allora ritorniamo all’esempio e vediamo di risolvere il problema:
1. Innanzitutto lo stato non è in pareggio e quindi il deficit avrebbe aggravato ancora di più il debito e di contro anche il famoso rapporto.
2. Dobbiamo aumentare le tasse e recuperare denaro per compensare il deficit e la riduzione del PIL
3. Il PIL non è costante, anche se di poco aumenta, tranne in recessione. In Italia cresciamo da anni a tassi del’1 – 2 % annuo.

Quindi, il debito è 114 miliardi, il PIL 95 miliardi, le previsioni per il 2012 vedono un deficit di 3 miliardi ed una crescita del PIL di 2 miliardi.
Il debito aumenterà a 114+3= 117 miliardi, mentre il PIL passerà a 95+2= 97 miliardi.

Se non facciamo qualcosa il rapporto debito/PIL peggiorerà
La soluzione non può consistere solo nel ridurre la spesa pubblica perché come abbiamo visto fa parte del PIL e l’effetto non voluto sarebbe invece l’incremento del rapporto.

Dobbiamo ridurre la spesa pubblica ma anche aumentare le tasse (quasi quasi sembra la ricetta del Governo Monti).
Aumentiamo le tasse e togliamo reddito alle famiglie, ci vogliono dei sacrifici, ma almeno riusciremo nel nostro intento, ovvero ridurre il rapporto debito pubblico/PIL.

Peccato che abbiamo dimenticato la teoria fondamentale di Keynes: Attraverso quello che Keynes chiama moltiplicatore, la variazione di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica, inciderà sul reddito in maniera più che proporzionale rispetto alla variazione iniziale, questo appunto a causa del moltiplicatore.

In parole povere, se aumentiamo le tasse, togliamo reddito alle famiglie, e ipotizzando che il reddito nominale rimanga costante, il reddito disponibile (il reddito che residua tolte le imposte) si riduce. Se il reddito si riduce, i consumi si riducono; se i consumi si riducono, le imprese riducono i profitti, quindi licenziano. Se licenziano, i lavoratori perdono reddito e quindi riducono ancora i consumi. Minori consumi significa minori vendite, quindi investimenti più bassi e di conseguenza riduzione della produzione, cioè ulteriore riduzione del reddito complessivo (PIL) che incide ulteriormente sui consumi. Questa riduzione a spirale è l’effetto del moltiplicatore.
Attenzione, non dimentichiamoci che la spesa pubblica rientra nel PIL, e quindi, se la riduciamo riduciamo ancora di più il PIL.

Morale della favola, una manovra che punta a risollevare le sorti del proprio stato solamente attraverso l’aumento delle tasse e la riduzione della spesa pubblica, senza crescita, non produce benefici duraturi, ma anzi, rischia di peggiorare le cose: Il paese si impoverisce, lavora di meno, consuma di meno, produce di meno.

Nella sua forma standard il moltiplicatore assume questa formula: 1/(1-c) dove “c” è la propensione marginale al consumo, cioè indica quanto il consumatore spende del proprio reddito.
La propensione è compresa tra 0 e 1
Non scende mai sotto lo zero perché il consumatore ha comunque propensione al consumo, non può essere superiore ad 1 perché 1 indica l’intero consumo del reddito.

Se normalmente la propensione marginale al consumo è al 60%, vuol dire che una persona che ha un reddito di 100 ne spende 60.

Così, supponiamo di ridurre G (spesa pubblica di 3 miliardi, come nell’esempio sopra).
Se la propensione al consumo è del 60% il moltiplicatore è 1/(1-0,6)= 2,5 che moltiplicato alla variazione negativa di G (riduzione di 3 miliardi di spesa pubblica) fa:
2,5 * 3 miliardi= 7,5 Miliardi.

Il governo ha ridotto la spesa pubblica di 3 miliardi, ma il reddito, per effetto del moltiplicatore, si è ridotto di 7,5 miliardi.
Adesso noi abbiamo semplificato le cose, ma il reddito si sarebbe ridotto ancora di più a causa dell’aumento delle tasse, senza considerare che incidono altre variabili come gli investimenti, le esportazioni nette, i tassi di interesse, le aspettative dei consumatori e di chi investe.

E allora cosa dovrebbe fare il Governo?
Purtroppo, la morsa dei tassi d’interesse elevati, il deficit e l’elevato debito pubblico condizionano le scelte, tuttavia, la sola politica di austerità non paga e non potrà mai essere la soluzione ai tanti problemi, ne stiamo infatti vedendo le conseguenze, sebbene era chiaro che pagare tassi d’interesse sul debito così alti non poteva essere sostenibile per lungo tempo. Ricordate a quanto era giunto lo spread tra bund tedeschi e btp italiani?

Tuttavia, se non incentivi la crescita dei consumi, quindi la produzione e di conseguenza gli investimenti, il PIL non cresce, e se non cresce il Prodotto Interno, ne hai di inventare tasse e di ridurre sprechi, il problema del rapporto debito/PIL non lo risolvi, anzi, peggiori la situazione e rischi avere minori entrate fiscali.

Se il paese cresce, aumentano le entrate perché tutti lavarono e senza aumentare le tasse l’erario incassa di più. Inoltre, se invece le tasse le riduci, le imprese diventano competitive, i nostri prodotti, che sono sicuramente migliori di quelli stranieri, riusciamo a venderli a prezzi più bassi, esportiamo ed incassiamo. Aumentano le richieste e quindi aumenta la produzione, le imprese assumono e gli italiani lavorano. Felici di avere nuovamente un reddito e nella prospettiva di un futuro migliore, le persone spendono denaro, le imprese investono, il denaro speso fa girare l’economia che cresce e produce ulteriori redditi e aumenti di consumo. Lo stato aumenta le proprie entrate fiscali senza necessariamente aumentare le tasse.

Scusate, ritorniamo alla realtà dei tassi di interessi elevati che gonfiano il debito, e alle 80-90 nuove tasse introdotte dal Governo Monti!
Il prof con tutti i suoi tecnici sono degli scemi?
No di certo, anzi, sono molto furbi, sanno bene cosa stanno facendo, il problema è che per cercare di salvare l’Italia la loro soluzione è quella di sacrificare gli Italiani, invece che prendere scelte coraggiose: Bisogna abbassare le tasse, ci vuole una politica improntata sulla crescita, è l’aumento del PIL che risolve tutti i problemi.

Invece la disoccupazione rimane alta, i salari reali si abbassano, i poveri diventano ancora più poveri, gli imprenditori non vedono futuro e si suicidano, però, le banche le stanno salvando con denaro pubblico e gli uomini del potere rimangono con gli stessi stipendi e privilegi di prima.

Italiani sempre più poveri, eroso il potere d’acquisto.

Il posto fisso è ormai una chimera un po’ per tutti. Sono finiti i tempi dei nostri padri dove ci si alzava la mattina per andare a lavorare, e poi si tornava a casa dalla propria famiglia.

Oggi il lavoro non esiste, in cambio ci sono le tasse, e di conseguenza la famiglia può attendere. D’altra parte ai giorni nostri chi sarebbe tanto “pazzo” da crearsi una famiglia se non esiste nessuna possibilità per i giovani di lavorare e di progettare per il futuro?

Il problema è che non si fa nulla o si fa troppo poco per creare le giuste condizioni per dar vita a nuovi posti di lavoro, così, mentre tanti laureati sono costretti a lavorare in cambio di una miseria presso i tanti call center, gli imprenditori si suicidano uno dopo l’altro perché non riescono a sopportare il peso dei debiti.

E chi ha il posto fisso? Questi sopravvivono, ma sono le generazioni passate, quelle future non sanno neanche cosa significhi posto fisso.
Gli Italiani si sono impoveriti, e adesso quale futuro ci attende?.

Secondo i dati Istat, dal 2008 gli italiani hanno perso quasi il 10% in potere d’acquisto, questo perché mentre i prezzi aumentano, gli stipendi rimangono gli stessi.
Ovviamente le recenti tasse, l’aumento della benzina, dell’IVA, delle accise e di moltissime altre imposte, senza dimenticare l’IMU, stanno erodendo ancora di più la capacità di acquisto.

Come si esce da questa situazione?
Si spera che questo e i Governi futuri siano in grado di trovare delle soluzioni adeguate ai problemi.
Quello che possiamo consigliare noi è di non vivere di speranza ma di usare la testa, di metterla in moto e di far affiorare idee interessanti da trasformare in business.

In fin dei conti, chi svolge l’attività di trader conta solo sulle proprie forze, non attende i miracoli del Governo, che ci sia crisi o prosperità, i mercati sono sempre lì con le loro regole. Chi è bravo guadagna, e anzi, durante le fasi recessive i mercati offrono le migliori opportunità di profitto.

Prezzo alle stelle, ma i furbi acquistano oro, Perchè?

Da inizio anno la crescita dell’oro si è stabilizzata, ma gli esperti avvertono: La materia prima continuerà a salire e le motivazioni sono da ricercare in una visione pessimistica dell’andamento economico mondiale.

Il sistema dell’indebitamento delle famiglie, delle imprese e degli stati che ha contraddistinto le più importanti economie mondiali negli ultimi venti anni, sembra non poter più funzionare.
Appare ovvio infatti che nessuno può permettersi di spendere per sempre, o anche per un lungo periodo di tempo, più di quanto entra o produce.

Ne sanno qualcosa gli stati europei, in particolar modo l’Italia, la grecia, la Spagna, il Portogallo e l’Irlanda che hanno visto crescere esponenzialmente il proprio debito pubblico, e adesso adottano misure di austerità e profondamente impopolari per evitare il tracrollo.

Non si può continuare a spendere a credito, anche perché sembra che il sistema bancario non voglia e non sia più in grado di concedere credito un po’ a tutti.
E allora qual’è lo scenario che ci attende nel prossimo futuro?

Richard Russell, autore della newsletter finanziaria Dow Theory prevede uno scenario non proprio paradisiaco, anzi, completamente apocalittico:
Il mondo si impoverirà, il numero dei poveri crescerà e faranno di tutto per cercare di sopravvivere e mangiare. Il malcontanto salirà, assieme alla criminalità, con elevato rischio di violare ogni legge che ad oggi assicura, almeno nei paesi occidentali e democratici, il quieto vivere.

Il problema è la persistente crisi, e senza manovre che diano impulso ad una forte crescita, sembra impossibile uscire dal baratro. tra l’altro, Richard Russell prevede che non basteranno più i tradizionali strumenti utilizzati dai Governi e dalle Banche Centrali per mettere ordine, e quindi, già dal 2015 il mondo potrebbe prendere una brutta direzione.

Il consiglio di Russell è dunque quello di acquistare oro (bene rifugio per eccellenza), per difendere i propri risparmi. Il prezzo dell’oro salirà. Le banche e i governi hanno già iniziato ad acquistare oro.

Il sistema economico che noi tutti conosciamo collasserà e sarà la fine. Crollerà il Dollaro e L’Euro e tutti i metalli preziosi cresceranno di prezzo perché in sostituzione delle valute fungeranno da merce di scambio, come nei secoli scorsi.

Considerazioni

Se è vero che la situazione attuale è abbastanza delicata, le previsioni di Russell ci appaiono un po’ troppo apocalittiche.
Tuttavia, non sembra davvero una cattiva idea investire in metalli preziosi, il trend di crescita non sembra arrestarsi.

Bankitalia e FMI in disaccordo sul pareggio di bilancio Italiano

Il Fondo Monetario Internazionale (FMI) avverte: l’Italia non raggiungerà il pareggio di bilancio prima del 2017.
Dal canto suo Bankitalia formula visioni meno pessimistiche e nel bollettino ufficiale prevede addirittura la possibilità di una ripresa già a fine 2012. Tutto dipenderà da come si muoveranno i mercati.

Grazie al calo dello spread tra titoli italiani e tedeschi, adesso molto più accettabili rispetto a pochi mesi addietro, la Banca d’ Italia ritiene che l’Italia possa farcela, il Governatore afferma che con la stabilizzazione dei tassi e con il miglioramento della situazione internazionale, l’economia Italiana potrebbe riprendersi a partire da fine anno e continuare nel 2013.

Dal bollettino emerge però una situazione non proprio incoraggiante: Le famiglie diventano più povere, crescono infatti i prezzi e le tasse ma non i redditi, gli italiani perdono potere d’acquisto, calano i consumi, aumentano i disoccupati, migliorano invece i conti pubblici, e non doveva essere altrimenti con tutti quesi provvedimenti fiscali 2011-2012.

Diversamente la pensa il FMI che invece vede troppo ottimistiche le previsioni di cui sopra: Nessun pareggio di bilancio fino al 2017. Inoltre prevede un calo del PIL di -1,9% per il 2012.

Il rapporto Deficit/Pil passerà negli anni dal 2,4% attuale all’1,3% del 2016.
Alla Banca centrale europea viene consigliato di abbassare i tassi d’interesse per immettere ulteriore liquidità nel sistema così da stimolare il movimento di denaro con investimenti e consumi.

Pur di fronte alle difficoltà Italiane, il FMI afferma che con il Governo Monti l’Italia ha fatto passi da gigante ed ha aiutato l’Europa ad uscire dalla crisi.
Una volta fuori dalla crisi, si parla solo nel 2013, perché le previsioni del 2012 per l’europa non sono rosee (-0,5%), bisognerà trovare delle soluzioni adeguate per far crescere i consumi, ma nello stesso tempo adottare riforme che garantiscano una crescita duratura e di lungo periodo.