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Investire sugli indici azionari: una guida esaustiva

Il termine “giocare in borsa”, per quanto improprio, ha nell’immaginario collettivo il medesimo significato di “investire”. Nello specifico, investire in azioni. Eppure esiste una variante che, per quanto poco conosciuta dai profani, potrebbe rivelarsi più redditizia: l’investimento sugli indici azionari. Ecco di cosa si tratta, come si fa a investire sugli indici azionari, le differenze rispetto al classico trading delle azioni.

Le tipologie di indice


indici azionariUn indice è semplicemente un paniere più o meno rappresentativo e omogeneo di azioni. Sono spesso considerati dei benchmark, ossia dei punti di riferimento, da un lato, per verificare le prestazioni di un titolo azionario o, dall’altro, per valutare la redditività e lo stato di salute di un comparto, di un segmento, di un intero mercato etc.

Per capire quanto sia redditizio investire sugli indici, o semplicemente per imparare a farlo, è necessario conoscere le tipologie di indici. Ecco quali sono.

  • Indici azionari value weighted. Sono i più diffusi in quanto rispondono a un principio di proporzionalità, e pertanto restituiscono una immagine fedele delle performance del gruppo rappresentato. In buona sostanza, all’interno di questo indice, ciascun titolo ha un peso proporzionale alla relativa società emittente.
  • Indici azionari equally weighted. Questa tipologia non prende in considerazione la capitalizzazione. Pertanto, ogni titolo ha il medesimo peso.
  • Indici azionari price weighted. La tipologia in questione fa distinzione tra titolo e titolo, ma non in base alla capitalizzazione delle società emittenti. Il criterio di riferimento è il prezzo. E’ il tipo meno diffuso, in quanto il criterio è poco stabile (i prezzi cambiano) e non è in grado di restituire una immagine fedele.
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Come investire sugli indici azionari

La differenza più grande tra l’investimento sulle azioni semplice e l’investimento sugli indici riguarda l’oggetto di studio. Nel primo caso sarà la società emittente, soprattutto sotto il profilo produttivo e patrimoniale. Un lavoro lungo e faticoso, ma non molto complesso, almeno sul piano interpretativo. Discorso diverso se si parla di indici. Certo, rimane la necessità di studiare il patrimonio e le performance delle società, magari di quelle più importanti o con un peso maggiore, ma il grosso del lavoro va fatto a un livello più ampio. L’oggetto di studio devono essere le prospettive “macro” e “micro” dell’economia a cui l’indice fa riferimento. La difficoltà di tale attività è data dalla necessità di interpretare i dati non di un’azienda o di una società, bensì di un paese intero.

Markets: azioni e formazione

Va specificato uno svantaggio relativo agli investimenti sugli indici. Tale svantaggio consiste nella scarsa volatilità, almeno in confronto alle azioni. Alcuni titoli possono registrare variazioni nell’ordine di parecchie decine di punti percentuali. Gli indici, che rappresentano una misura composita, no, o almeno è molto raro che lo facciano. Questo ovviamente restringe le possibilità dal punto di vista speculativo.

Infine, gli indici, al pari delle azioni, possono fungere da sottostanti. In questo caso, l’investimento sugli indici si fa “di massa”, in quanto oggetto del trading in CFD e delle opzioni binarie, offerto ormai da numerosi broker, pensati appositamente per gli utenti “comuni”.

Fare trading con i tweet dei politici

Può sembrare una stravaganza ma fare trading con i tweet dei politici si può, anzi in certi casi si deve. Ovviamente, non è pensabile utilizzare i “cinguettii” come una risorsa di analisi, ma è innegabile che possa apportare un serio contributo. Certo, bisogna saperlo fare, occorre ricondurre i tweet alla loro dimensione esatta. Ecco qualche consiglio utile.

Perché twittare influenza il mercato
trading con i tweet
Perché fare trading con i tweet dei politici?

La risposta è duplice. In primo luogo, perché i tweet non sono altro che dichiarazioni. E’ possibile assimilare i tweet a delle dichiarazioni rese a una agenzia di stampa. D’altronde, è ormai assodato che i social, quando utilizzati in prima persona da figure di spicco, fungono da “altoparlante” e ricoprono la medesima funzione delle agenzie di stampa. Le notizie vengono riprese, diventano articoli di giornale, si diffondono a macchia d’olio.

In secondo luogo, è la natura stessa del mercato a trasformare i tweet, ormai sinonimo di “dichiarazioni spontanee rese alla collettività”, in una risorsa per i trader. Sono, infatti, dei market mover nel vero senso della parola. Come tali, quindi, sono in grado di influenza il mercato. Un meccanismo che nessun trader può permettersi di ignorare.

Consigli per fare trading con i tweet

Il primo consiglio è scegliere con cura il politico da seguire.

Il requisito principale è… La logorrea. Un politico che non tweetta, che non dichiara, e che se lo fa non oltrepassa il confine del politically correct, non è un buon strumento di trading. Il politico in questione deve parlare, e soprattutto deve parlare di “asset”, magari tirandoli in ballo per questioni che non hanno a che fare esplicitamente con il trading. Il politico per eccellenza, in questo senso, è Donald Trump. Le sue invettive, di natura prettamente fiscale, si rivolgono spesso alle aziende che producano all’estero e “pretendono” di vendere negli Stati Uniti. Ebbene, ogni qualvolta il presidente USA minaccia di adoperare misure contro questo genere di aziende, il mercato reagisce. Lo fa specificatamente, magari affossando il titolo azionario relativo, se l’azienda viene menzionata direttamente.

Un secondo consiglio è dare ai tweet il giusto peso.

Anche quando Donald Trump parla, e il mercato reagisce, tale reazione in genere non dura. Certo, il movimento può essere deciso, ma non è altro che una oscillazione, la quale incorpora sempre un effetto rimbalzo. La dimensione esatta è quindi quello dal trading di brevissimo periodo, veloce, magari al limite dello scalping. Anche perché le parole, dopotutto, sono solo parole. Affinché l’effetto sia duraturo devono essere seguite dai fatti e ciò non accade spesso.

Infine, laddove sia possibile, è bene utilizzare strumenti “tecnici” specifici per sfruttare i tweet dei politici.

Il riferimento è a Trump Trigger, una app che avverte il trader ogni volta che The Donald pubblica qualcosa, traducendo le parole in segnali di trading. E’ una app molto utile, dal momento che la tempestività in questo caso conta molto e non è ragionevole pensare che il trader possa stare giorno e notto a controllare cosa dice Trump su Twitter.

Snapchat si quota in borsa: IPO da 20 miliardi

Snapchat si sta preparando per il debutto a Wall Street. L’evento, previsto per i primi di Marzo, consegnerà il celebre servizio di messaggistica al ristretto club delle compagnie tecnologiche quotate in borsa. Dopo Google, Facebook, Twitter, Alibaba anche Snapchat si appresta a diventare una società per azioni quotata e con un’entrata in grande stile.

Snapchat è un app di messaggistica instantanea con funzionalità uniche come:

  • auto-distruzione dei messaggi al termine della lettura o dopo 24 ore
  • pubblicazione di storie e offerte lampo da parte dei partner e publisher
  • diffusa tra i giovani 18-34 anni

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Snapchat in borsa: i numeri

Voci di corridoio, infatti, parlano di una IPO di 3,6 miliardi e una valutazione della società di circa 20 miliardi di dollari, una cifra di gran lunga superiore all’offerta con cui il colosso di Mark Zuckerberg intraprese il suo cammino nel mercato azionario (5 miliardi). Una cifra che non sfigura di fronte a quella di Alibaba, 21 miliardi, che nel 2014 fece segnare un vero e proprio record.

Snapchat, secondo i rumor, si quoterà al NYSE, New York Stock Exchange, scelta che rivela l’intenzione di fare riferimento alla tradizione, piuttosto che seguire pedissequamente le orme dei vari Facebook, Amazon, Google (quotati invece al Nasdaq). Sempre secondi i rumor, l’IPO elevata è dovuta principalmente all’offerta per singola azione, che sarebbe già stata decisa per una cifra compresa tra i 14 e i 16 dollari. Cifre queste, che tradiscono sogni di grandezza e che metteranno a dura prova la capacità di Snapchat di convincere investitori e pubblico. A tal proposito, sono già iniziati i colloqui con alcuni grandi azionisti finalizzati alla ricerca di sostenitori di un IPO che, a ben vedere, appare davvero ambiziosa.

Snapchat IPO giusta?

I numeri giustificano una offerta pubblica iniziale così alta? Potrebbero, sebbene si segnalino alcuni dati in chiaroscuro. E’ vero, infatti, che Snapchat gode di una crescita del fatturato molto notevole: +600% dal 2015 al 2016, con un passaggio in termini assoluti da 59 milioni a 404,5 milioni di dollari. E’ altrettanto vero che gli analisti prevedono un fatturato di 1,76 miliardi per il 2018. Tuttavia, è indubbio che la società di messaggistica stia affrontando un carico di spese non indifferente, sintetizzate da un dato piuttosto negativo: 514 milioni di perdite nel 2016.

D’altra parte, Snapchat è in forte ascesa, a tal punto da essere entrato in competizione con Facebook nel mercato dei publisher. Nell’ultimo quadrimestre del 2016 si contavano già 158 milioni di utenti, con un tempo di navigazione media piuttosto alto: 30 minuti. Soprattutto, Snapchat rischia di essere un avversario formidabile per Facebook in virtù di alcune considerazioni di carattere demografico. La giovane piattaforma di messagistica, infatti, sta acquisendo consensi presso la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, che ne rappresenta la maggior parte dell’utenza. Un dato che cela un patrimonio di inestimabile valore, dal momento che gli under 35 sono coloro che più di ogni altro reagiscono in maniera positiva alle inserzioni.

snapchat

E’ ovvio che le speranze di Snapchat poggiano sulla capacità di innovare il comparto, di creare feature che in un modo o nell’altro facciano emergere la società rispetto alle rivali. Per adesso, almeno in tal senso, le indicazioni sono positive: alcune delle nuovi funzioni di Snapchat non solo sono state apprezzate dagli utenti, ma hanno rappresentato una fonte di ispirazione per i competitor. Il riferimento è, tra le altre cose, alle Instagram Stories.

Google e Facebook pronti per l’acquisto di Twitter?

Può esistere un social network di nicchia? La risposta è positiva, se si punta a una redditività bassa. E’ quanto ha sperimentato Twitter, che nell’ultimo anno si è scoperto “meno di massa” rispetto a quanto sperasse. Gli utenti non stanno crescendo, gli introiti nemmeno, sicché la piattaforma cinguettante sembra ormai appannaggio di un pubblico ben definito e circoscritto, forse troppo. Se questa è la dimensione che spetta a Twitter, allora emerge chiaro un problema di competitività, soprattutto rispetto a Facebook, che ha fatto dell’approccio generalista il suo cavallo di battaglia.

Aggiornamento del 19 Ottobre: Google rinuncia all'acquisto e adesso il processo di vendita sembra essere messo in pausa. Il CEO Dorsey dovrà pensare ad altre strategie per rendere Twitter di nuovo un social appetibile per la vendita. Dovrà sfruttare le elezioni presidenziali USA e affrontare gli azionisti il 27 Ottobre, giorno in cui presenterà i suoi dati.

Twitter: bilancio deludente

A pesare è anche un modello economico che non sta portano i risultati sperati e che semplicemente impallidisce rispetto a quelli – efficienti e in grado di muovere grandi volumi di denaro – targati Facebook e Google. Sicché non stupisce che in seno al management si sia fatto largo l’ipotesi della vendita. Meglio abbandonare la nave quando è ancora in buone condizioni, incassare e pensare magari a un altro progetto. Tale ipotesi ha acquisito forza a un anno dall’investitura a Ceo di Jack Dorsey, giudicato da alcuni analisti, piuttosto scettici a dire il vero, come l’ultima carta da giocare per far compiere il salto di qualità a Twitter. A spingere i piani alti alla vendita vi è anche il palese interessamento di alcuni importanti nomi. Su tutti Google, Facebook e SaleForce. Quest’ultimo, a dire il vero, ha abbandonato l'idea di acquisto di Twitter. Il costo dell’operazione si aggirerebbe sui 20 miliardi, un po’ troppo per un’azienda che, nonostante sia un colosso del cloud, ha recentemente ricapitalizzato per 49 miliardi. Nello specifico, lo stop sarebbe arrivato da Fidelity Investment, l’azionista di maggioranza.

Facebook: monopolista dei social network

Dunque, se Disney non sarà della partita (si era fatto anche questo nome) la sfida si giocherà tra Google e Facebook. Sarebbero palesi, a questo punto, i piani di Zuckemberg. In primo luogo, concorrere con Big G per il predominio del mondo di internet, ancora in mano al colosso di Mountain View. Secondariamente, diventare una specie di monopolista dei social network. Va ricordato, infatti, che Facebook possiede Whatsapp. Forse sarebbe meglio non tifare per Zuckemberg, almeno a giudicare dall’uso che sta facendo dall’inaspettata liaison. Si vocifera, infatti, che sarebbe in cantiere un collegamento tra gli account Whatsapp e i profili Facebook. Lo scopo sarebbe quello di mostrare agli utenti del social inserzioni più pertinenti. Ciononostante, i rischi sul fronte della privacy sono evidenti. Per adesso, tuttavia, si è assistito solo a un cambiamento dei termini di servizio in senso non restrittivo.

Twitter, FB e Google in borsa

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Le azioni Twitter sono quasi ai minimi storici e recentemente hanno nuovamente violato il primo importante supporto di 17.60 dollari. Se non si registra un ritorno veloce sopra tale valore allora si rischia di rivedere le quotazioni anche verso 14 dollari. La sensazione è che i possibili acquirenti interessati stiano aspettando un miglior prezzo per lanciare un'opa e contrattare un miglior prezzo.

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Le azioni Facebook invece continuano a mostrare un chiaro trend rialzista che si è attualmente stabilizzato tra 125 e 132 dollari. Dal grafico weekly si evidenzia il primo supporto a 118 dollari circa. Sul supporto sarebbe molto interessante rientrare al rialzo.

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Anche per le azioni Google (Alphabet inc.) mostrano un rallentamento del trend rialzista nelle ultime settimane e un supporto (ideale per un possibile nuovo acquisto di lungo periodo) intorno a 735 dollari.

Nintendo in borsa: prospettive rosee grazie al lancio di Mario iOS

Tredici punti percentuali. E’ questo il salto che ha compiuto il titolo azionario di Nintendo nei giorni immediatamente successivi alla conferenza di San Francisco. “Salto” è il termine adatto, dal momento che il guadagno è stato determinato dall’arrivo su iPhone di Super Mario che, evidentemente, di salti se ne intende.

Prima i Pokemon e poi SuperMario: i mercati apprezzano

L’azienda nipponica, per la precisione, rilascerà la versione app – chiamata Super Mario Run – a Dicembre 2016. Un altro successo che replicherà il lancio dei Pokemon? E’ bastato il semplice annuncio per far schizzare verso l’alto il titolo. Sia chiaro, i bollenti spiriti degli investitori si sono calmati dopo pochi giorni ma tant’è: Nintendo ora veleggia serenamente sui 26 euro. Un ottimo risultato, se pensiamo al crollo di inizio estate (13 euro a giugno).

Nintendo partner di Apple

D’altronde Nintendo aveva bisogno di un annuncio di questa portata per risollevarsi dal punto di vista economico. I fasti della Wii sono lontani: oggi il mercato delle console è dominato da Xbox One e Playstation 4, e per la Wii U non rimangono che le briciole. Certo, il segmento delle console portatili lancia segnali positivi ma da solo non basta per fermare il declino di un’azienda da cui tutti, investitori compresi, si aspettavano i più.

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La nuova strategia industriale di Nintendo

nintendo

Sicché, ecco la svolta epocale. Nintendo si prepara ad abbandonare, o forse a trascurare ufficialmente, il mercato delle console e approda su smartphone. L’iniziativa è degna di nota, e non solo dal punto di vista finanziario. Mai prima d’ora s’era vista un grande sviluppatore impegnarsi a fondo nella realizzazione di giochi per dispositivo mobile. Il cambio di rotta deciso da Nintendo potrebbe, nei fatti, cambiare il concetto stesso di smartphone. Ne ha data una chiara dimostrazione Shigeru Miyamoto, uno dei creatori del gioco, che ha illustrato come il gameplay non abbia risentito minimamente del passaggio di piattaforma. La risalita repentina del titolo in borsa è giustificato anche da questi ragionamenti, che comprensibilmente vanno oltre il semplice annuncio di Mario su iPhone.

L’importanza di questo cambiamento è risultato evidente in tutte le borse internazionali. In particolare in Giappone, come è ovvio che sia. Nella borsa di Tokio il titolo Nintendo ha fatto un balzo del 18%, preceduto da un clamoroso +29% degli Adr commerciati a New York (strumenti che consentono di investire nelle realtà straniere). A beneficiare della risalita di Nintendo sono state numerose aziende giapponese, tra cui la DeNa Co., incaricata di sviluppare i giochi su device mobili. Anzi, per lei si segnala un eccellente +21%.

Crisi banche: Deutsche Bank vs Unicredit catastrofe in arrivo?

La vicenda Deutsche Bank rivela una triste verità: in tutti questi anni abbiamo guardato il dito e non la luna. E’ stata attribuita la responsabilità della crisi al debito pubblico, quando invece i maggiori problemi riguardavano – e riguardano – il debito privato, il settore del credito. Insomma, le banche europee.

Crisi banche: nessuna banca europea è sicura

E’ sempre più vicina l’ipotesi di un fallimento della Deutsche Bank, la più grande istituzione finanziaria della Germania. Ufficialmente, per una questione di risarcimenti: il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti pretende 14,6 miliardi dalla banca tedesca in quanto colpevole per aver innescato la crisi dei mutui subprime. Una cifra che viene giudicata insolvibile dai più. Tuttavia, i problemi gravi sono ben altri. Giusto per elencarne qualcuno: vendita in perdita della quota in Postbank e della società cinese Xia Bank, accumulo di titoli di Stato insolvibili (es. quelli greci), manipolazione dei tassi Libor del mercato valutario…

Questo e molto altro ha provocato una crisi di liquidità, acuita in maniera intensa dal recente crollo in borsa. Gli investitori, preso atto delle difficoltà della banca, hanno deciso di abbandonarla al suo destino, sicché il titolo è sceso ai minimi storici. D’altronde, la Merkel è intenzionata a fare lo stesso. La cancelliera ha sbarrato la strada all’ipotesi del salvataggio. Una tale dichiarazione di intenti non ha fatto altro che peggiorare la situazione, creando una profonda sfiducia nei mercati.

Ma cosa accadrebbe se la Deutsche Bank non venisse salvata e andasse incontro al fallimento?

La gravita di un evento di questa portata è intuibile anche dai non addetti ai lavori. Le conseguenze concrete riguardano l’effetto contagio e l’elemento emotivo, irrazionale. Danni oggettivi e panico tra i mercati: un mix potenzialmente letale.

Per quanto riguarda i danni oggettivi, va specificato che la DBank è piena di derivati, strumenti che com’è noto aumentano il grado di interconnessione tra le banche e con le realtà del tessuto finanziario, economico, commerciale. Ecco dunque che una Deutsche Bank non più solvibile causerebbe una crisi di liquidità in Europa, innescando il più classico degli effetti domino. Le conseguenze di questo evento verrebbero ingigantite dalla non rosea situazione delle banche, in primis italiane. Giunti a questo punto le previsioni catastrofiche si sprecano.

L'ultima quotazione attuale è di 11 euro ma gli analisti sostengono che il prezzo è destinato a scendere fino a 7,35 euro!

Corsa agli sportelli per ritirare il contante

Per comprendere i risvolti emotivi, è sufficiente entrare nei panni del risparmiatore medio. Qualsiasi contribuente correrebbe allo sportello se sapesse che la sua banca sta per fallire. Succederebbe esattamente questo: prima con la DBank stessa, che quindi crollerebbe nell’abisso in modo più repentino e meno controllabile, e poi con le altre banche – italiane comprese – che trarrebbero pesanti svantaggi dal fallimento del colosso tedesco.

Alla luce di questi semplici rilievi, non è difficile capire perché i mercati stiano reagendo così male alle difficoltà della Deutsche Bank. Sul piatto c’è il futuro dell’Europa. Gli analisti sono concordi nell’affermare che la banca deve essere salvata. Ma non tutto è perduto: la vicenda potrebbe rappresentare un punto di partenza per un cambiamento nella gestione del credito privato: se la Germania “salva” le sue banche, gli altri stati membri si sentono incoraggiati a fare altrettanto e il Vecchio Continente si risparmierebbe fallimenti a catena.

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Banche italiane in difficoltà: Unicredit

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La crisi bancaria colpisce soprattutto l'Italia che ha un sistema molto indebolito dai crediti inesigibili. Unicredit è una delle banche più a rischio e le quotazioni delle azioni dimostrano che gli investitori sono molto preoccupati. Le azioni continuano a quotare sui livelli di 1,90 – 2.15 euro, ovvero sui supporti di lungo periodo che se rotti possono far scendere i prezzi verso i minimi del 2011 a 0,70 euro. Sul grafico settimanale sopra esposto tutti i segnali sono ribassisti (sia ichimoku che TrendGT) e l'unico appoggio psicologico su cui poter fondare un nuovo trend rialzista sono i minimi crescenti che si sono formati da Maggio a Settembre. Se tali minimi continuano a sostenere il supporto allora non ci dovrebbero essere altri pericoli. 

L'ultima candela Weekly del titolo Unicredit ci mostra una pinbar simile a quella di Luglio. Sicuramente potrebbe essere presa in considerazione come livello chiave. Sopra si è long e sotto si è short.

Azioni Terna: grafico sui supporti

Le azioni Terna sono state diverse volte oggetto di studio nel nostro sito perchè offre spesso ottimi punti di acquisto. In questi giorni le azioni Terna sono vicino a supporti di lungo periodo. Terna è una delle società più importanti per le infrastrutture italiane perchè detiene il controllo della rete elettrica. Terna è una società del gruppo Enel. Le quotazioni hanno dimostrato storicamente un continuo trend rialzista che ha reso felici tutti gli azionisti fin dal momento dell'offerta pubblica di sottoscrizione per le quotazioni in borsa. Oltre ad un continuo trend rialzista che ha fatto prendere valore ai portafogli che hanno investito in Terna, c'è da considerare anche il continuo e stabile dividendo di circa 20 centesimi (circa 5% del valore del titolo) che ogni hanno è stato distribuito (acconto in Novembre e saldo in Giugno). 

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Grafico azioni Terna

Nel mese di Giugno avevamo indicato di poter comprare le azioni Terna al prezzo di 4,50 euro e subito dopo le quotazioni sono schizzate fino a 5 euro (+11%) e nel frattempo si sono incassati anche i dividendi (0,12 euro per azione). In quel momento il grafico presentava le quotazioni sostenute dalla kumo ichimoku su grafici settimanali. Ecco il vecchio articolo: https://guidatrading.com/terna-azioni-da-comprare-nel-2016/

Oggi invece c'è una differenza che potrebbe permette di acquistare le azioni Terna a migliori prezzi.

I prezzi sono entrati sulla Kumo rialzista ma si stanno direzionando sui supporti che si possono valutare nei seguenti prezzi:

  • primo supporto a 4.5 euro
  • secondo supporto a 4.20 euro
  • tenzo supporto a 4 euro

Su questi livelli l'investitore può programmare delle entrate sia al fine di trading online (con lo scopo di poter uscire sui livelli superiori in poco tempo) oppure per un trading da posizione, ovvero da cassettista. Nel secondo caso il trader mira non solo ad un trend rialzista di lungo periodo ma soprattutto a sfruttare anche i rendimenti dei dividendi distribuiti dalla società.

I target rialzisti che si possono ottenere dal trend di questo titolo sono posti sopra 4,8 euro.

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I broker CFD che permettono il trading azioni accreditano anche i dividendi che sono distribuiti agli azionisti (o li addebitano in caso di posizioni short).

Prezzo azioni Terna in tempo reale

In questo grafico potete seguire l'andamento delle quotazioni e dei prezzi di Terna in tempo reale:

Banche italiane sicure? le verità nascoste

Dal caso Etruria, paure e perplessità aleggiano nel mondo dei risparmiatori che, dopo tanti sacrifici, hanno paura di affidare i risparmi di tutta una vita alle banche italiane. Quello accaduto, del resto, potrebbe essere solo un assaggio di quanto accadrà a partire dal prossimo anno con le nuove norme sul cosiddetto “bail in” letteralmente salvataggio interno, ovvero uno strumento che consente alle autorità di risoluzione di disporre, al ricorrere delle condizioni di risoluzione, la riduzione del valore delle azioni e di alcuni crediti o la loro conversione in azioni per assorbire le perdite e ricapitalizzare la banca in misura sufficiente a ripristinare un’adeguata capitalizzazione e a mantenere la fiducia del mercato.

Una legge a nostro avviso assurda perchè coinvolge i risparmiatori ignari della mala gestione dei soci forti e degli amministratori disonesti o incapaci. In poche parole salvano le banche con i nostri soldi!

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Crisi MPS (chi pagherà il conto?)

La crisi del MPS, la più antica banca del mondo e terza più grande d'Italia per asset, rischia di mettere in crisi l’intero sistema bancario perché a pagare i crediti inesigibili sarebbero altre banche e quindi, a cascata, su tutti i risparmiatori. Le azioni delle banche italiane, che da inizio anno sono crollate, sono infatti risalite un po’ nella seduta di lunedì 15 ma le preoccupazioni di fondo rimangono. Per risolvere la crisi delle banche collassate, infatti, non è stato usato denaro pubblico ma altre banche hanno dovuto dare un contributo speciale a un fondo di risoluzione, mentre azionisti e obbligazionisti subordinati esistenti sono stati spazzati via. I contributi speciali costano a Intesa quasi 380 milioni di euro, a UniCredit quasi 280 milioni e al Banco Popolare 114 milioni.

Stress test: sono dati affidabili?

Per saperne di più su quali sono gli effettivi rischi dei risparmiatori, particolarmente interessante risulta l’esito degli stress test, in grado di misurare con un buon margine di precisione la solidità degli istituti di credito, ovvero il grado di resistenza in caso di una forte recessione e di turbolenze di mercato. La situazione italiana è, a quanto pare, meno preoccupante di quanto si poteva immaginare dato che 4 banche su 5 hanno ottenuto risultati positivi. Diversamente dal passato, gli stress test 2016 non fissano in caso di scenario avverso una soglia patrimoniale al di sotto del quale la banca è obbligata automaticamente alla ricapitalizzazione (tale soglia nell'ultimo test del 2014 corrispondeva al 5,5%). Ma si limitano a dare indicazioni circa lo stato di salute del credito, che è il dato a cui gli investitori guarderanno. I risultati saranno comunque oggetto della valutazione della vigilanza Bce che in autunno-inverno condurrà l'esame Srep e qunidi fatalmente porteranno a correzioni per le banche che dovessero presentare debolezze.

Gli stress test devono essere letti e confrontati anche con i CET1ratio per avere una migliore visione. Ecco che in questo modo qualcosa sembra non quadrare e si sollevano diversi dubbi sull'affidabilità di questi parametri per valutare la solidità delle banche.

Come sono andate le banche in Borsa?

In un anno:

Il trend delle banche in borsa nell’ultimo anno è decisamente negativo. La peggiore in assoluto è stata la Monte Paschi Siena ( -82%), seguita da Carige (-80%) e Banco Popolare (-78%). Inferiori ma comunque gravi le perdite di Credito Valtellinese ( -70%), Unicredit (-63%), UBI (- 62%), Banca Pop di Milano (-54%), BPER ( -53%) e Intesa SanPaolo ( -42%). Tutte le borse nel mondo hanno registrato perdite, principalmente per il crollo del prezzo del petrolio e per il rallentamento dell’economia cinese, ma il crollo delle banche italiane è una questione distinta, che grava ulteriormente sulla borsa di Milano: i titoli delle banche pesano infatti molto sul FTSE MIB, il principale indice di Milano; in Italia se le cose vanno male per le banche, quindi, è facile che vadano male per la Borsa in generale. Inoltre in Italia le aziende si rivolgono normalmente alle banche per finanziare i propri progetti – anziché ai mercati finanziari, emettendo obbligazioni o prodotti simili – e questo lega ancora di più l’andamento delle imprese con quello delle banche in borsa.

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Cosa sta accadendo alle banche (non solo italiane)?

Ultimamente il sistema bancario italiano ha fatto parlare di sé per via delle tempeste che hanno coinvolto alcuni suoi istituti di credito. Tra salvataggi di stato, cordate tra istituti e inchieste, sembra proprio che non ci sia pace per il comparto bancario italiano!

Banche a rischio fallimento?

Le banche italiane stanno soffrendo per molte ragioni: perché hanno dei consigli di amministrazioni poco capace, un regime di sorveglianza che fa acqua da tutte le parti, e perché sono piene di crediti rivelatisi poi inesigibili e di prodotti finanziari “tossici” che hanno favorito la speculazione finanziaria. Prima con Monte dei Paschi di Siena per cui si sta cercando tuttora una soluzione, e poi con le varie Banca Marche, Banca Etruria, Cariferrara e Carichieti, il governo si ritrova con più di una gatta da pelare.

Ciò significa che se non tutte le banche sono a rischio fallimento, in Italia c'è effettivamente un clima di poca fiducia circa il fatto che alcuni istituti possano continuare a farcela. Per questa ragione il governo sta cercando di intervenire come può, pur rispettando i limiti imposti dal Bail In secondo il quale sono vietati aiuti alle banche effettuati con soldi pubblici.

Cosa nasconde la Germania?

DBK.GERWeekly

Ma a quanto sembra il problema delle banche in difficoltà non è solo ed esclusivamente italiano, anzi, anche dalla Germania ci sono avvisaglie in merito al fatto che "qualcosa non va". La Deutsche Bank, che è la banca più importante della Germania, è stata travolta a più riprese dagli scandali interni e anche in quest'ultimo periodo ci sono elementi che ne stanno compromettendo il volto di solidità e impeccabilità che aveva tentato di darsi.

Dietro il nome di Deutsche Bank, anni fa si nascondeva un gruppo che si proponeva come l'orgoglio della Germania, come la punta di diamante del sistema finanziario made in German. Ma le cose sono cambiate: da un po' di tempo a questa parte le azioni del gruppo hanno visto dimezzare il loro valore in appena un anno di tempo, e l'istituto si vede ora costretto a tagliare circa 9mila posti di lavoro e a chiudere 200 filiali entro il prossimo anno; per non parlare poi degli azionisti, che potrebbero ritrovarsi a perdere i dividendi seguendo una scia già tracciata nel 2015.

Il titolo è adesso in forte tendenza ribassista e potrebbe raggiungere i minimo del 2008 a 7,35 euro! – vedi quotazioni in tempo reale QUI

Mentre Angela Merkel chiede al governo italiano di attenersi alle regole del Bail In e di non intervenire con denaro pubblico per salvare le sue banche in difficoltà, sotto sotto, in Germania, la Deutsche Bank potrebbe avere bisogno di un aiuto del tutto simile da parte della cancelleria tedesca. In pochi ne parlano – men che meno la Germania stessa – ma il gruppo capitanato da Paul Achleitner ha un core capital ratio in continua discesa, e la stessa figura di Achleitner è stata posta sotto accusa per aver contribuito al tracollo dell'istituto.

Sono poi quasi 8mila i procedimenti giudiziari nei quali è precipitata Deutsche Bank, con accuse che vanno dal riciclaggio di denaro fino alla manipolazione dei cambi, passando per l'accusa (tutta italiana) di aver alterato il mercato dei titoli nel primo semestre 2011 con l'obiettivo di favorire una crisi politica dell'Italia a cui effettivamente seguì un cambio di governo.

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MPS: è un affare comprare azioni?

Ormai non si parla d'altro che della crisi delle banche italiane. I giornali delle ultime settimane riportano delle difficoltà che stanno investendo ancora una volta Monte dei Paschi di Siena, degli alti e bassi che il comparto bancario registra in Borsa e delle dichiarazioni che si susseguono incessanti da parte degli alti vertici Ue in merito alla possibilità che l'Italia possa intervenire per far fronte alla crisi delle sue banche. Anche Unicredit e Posteitaliane sono sotto il mirino degli investitori (vedi analisi e segnali forex proposti a fine articolo).

La crisi delle banche italiane

Ma qual è il problema preciso delle banche nostrane? I nostri istituti di credito sono in difficoltà da parecchio tempo, e a dire la verità lo sono per diverse ragioni: per colpa di dirigenti poco capaci, per colpa di frequenti collusioni con il sistema politico, per l'eccessiva presenza di filiali e di dipendenti e per una sorta di "campanilismo finanziario" che ha portato all'istituzione di decine e decine di istituti microscopici. Questa frammentazione e questa poca lungimiranza, insomma, hanno spianato il terreno affinché il sistema bancario italiano finisse vittima di crediti "deteriorati", contratti cioè con operatori economici che ora non sono più in grado di ripagare quanto ricevuto in prestito.

Cos'è e a cosa serve il Bail In

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In questo senso si inserisce il Bail In, ossia lo strumento che regolamenta le crisi bancarie. Il Bail In, altrimenti detto "salvataggio interno", al di là dei tecnicismi prevede sostanzialmente una cosa: che lo Stato non possa intervenire con soldi pubblici per salvare una banca in crisi finanziaria, ma che a salvare l'istituto in difficoltà debbano essere semmai azionisti, obbligazionisti, correntisti e tutt'al più un fondo di garanzia finanziato dalle banche.

Questi principi innescano un meccanismo che fa sì che l'onere del salvataggio di una banca si applichi prima di tutto ad azioni e strumenti di capitale, in secondo luogo ai titoli subordinati, in terzo luogo alle obbligazioni e alle altre passività ammissibili, e solo in quarta e ultima fase ai depositi superiori ai 100mila euro (intestati sia a persone fisiche che a piccole e medie imprese).

Fare trading sulle azioni italiane

In un periodo in cui le banche non se la passano benissimo e in cui anche alcune grandi aziende sembrano cominciare a soffrire di alcune particolari circostanze (come la Brexit, tanto per citare il caso più eclatante consumatosi negli ultimi tempi), in molti ritengono sia opportuno provare a fare trading sulle azioni italiane.

Tra le banche italiane con azioni adatte per il trading online troviamo:

Cosa senz'altro vera, perché da sempre è noto che i migliori affari nel trading arrivino proprio quando i mercati registrano dei bruschi movimenti verso una specifica direzione: in questo senso bisogna comunque ricordarsi di tenere sempre sotto controllo il calendario economico e, nello specifico caso degli investimenti sul comparto bancario, di tenere a bada anche quanto accade nei piani "più alti" (quale può ad esempio essere la movimentazione dello spread).

Unicredit: trading azioni

UNCRDH4In un'ottica di trading su azioni unicredit vi possiamo far notare il rimbalzo deciso del titolo sul supporto di 1,7 che vi avevamo indicato negli articoli precedenti. E' nato anche un TrendGT rialzista che è stato puntuale e preciso. Adesso dopo aver sfiorato 2.25 euro è pronto per una pausa. Il prossimo passo sarà orientato al breakout della kumo che funge da resistenza per spingersi poi fino a 2.61. 

In alternativa l'obiettivo ribassista rimane fissato sul doppio minimo a 1.65 euro.

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