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Investire sugli indici azionari: una guida esaustiva

Il termine “giocare in borsa”, per quanto improprio, ha nell’immaginario collettivo il medesimo significato di “investire”. Nello specifico, investire in azioni. Eppure esiste una variante che, per quanto poco conosciuta dai profani, potrebbe rivelarsi più redditizia: l’investimento sugli indici azionari. Ecco di cosa si tratta, come si fa a investire sugli indici azionari, le differenze rispetto al classico trading delle azioni.

Le tipologie di indice


indici azionariUn indice è semplicemente un paniere più o meno rappresentativo e omogeneo di azioni. Sono spesso considerati dei benchmark, ossia dei punti di riferimento, da un lato, per verificare le prestazioni di un titolo azionario o, dall’altro, per valutare la redditività e lo stato di salute di un comparto, di un segmento, di un intero mercato etc.

Per capire quanto sia redditizio investire sugli indici, o semplicemente per imparare a farlo, è necessario conoscere le tipologie di indici. Ecco quali sono.

  • Indici azionari value weighted. Sono i più diffusi in quanto rispondono a un principio di proporzionalità, e pertanto restituiscono una immagine fedele delle performance del gruppo rappresentato. In buona sostanza, all’interno di questo indice, ciascun titolo ha un peso proporzionale alla relativa società emittente.
  • Indici azionari equally weighted. Questa tipologia non prende in considerazione la capitalizzazione. Pertanto, ogni titolo ha il medesimo peso.
  • Indici azionari price weighted. La tipologia in questione fa distinzione tra titolo e titolo, ma non in base alla capitalizzazione delle società emittenti. Il criterio di riferimento è il prezzo. E’ il tipo meno diffuso, in quanto il criterio è poco stabile (i prezzi cambiano) e non è in grado di restituire una immagine fedele.
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Come investire sugli indici azionari

La differenza più grande tra l’investimento sulle azioni semplice e l’investimento sugli indici riguarda l’oggetto di studio. Nel primo caso sarà la società emittente, soprattutto sotto il profilo produttivo e patrimoniale. Un lavoro lungo e faticoso, ma non molto complesso, almeno sul piano interpretativo. Discorso diverso se si parla di indici. Certo, rimane la necessità di studiare il patrimonio e le performance delle società, magari di quelle più importanti o con un peso maggiore, ma il grosso del lavoro va fatto a un livello più ampio. L’oggetto di studio devono essere le prospettive “macro” e “micro” dell’economia a cui l’indice fa riferimento. La difficoltà di tale attività è data dalla necessità di interpretare i dati non di un’azienda o di una società, bensì di un paese intero.

Markets: azioni e formazione

Va specificato uno svantaggio relativo agli investimenti sugli indici. Tale svantaggio consiste nella scarsa volatilità, almeno in confronto alle azioni. Alcuni titoli possono registrare variazioni nell’ordine di parecchie decine di punti percentuali. Gli indici, che rappresentano una misura composita, no, o almeno è molto raro che lo facciano. Questo ovviamente restringe le possibilità dal punto di vista speculativo.

Infine, gli indici, al pari delle azioni, possono fungere da sottostanti. In questo caso, l’investimento sugli indici si fa “di massa”, in quanto oggetto del trading in CFD e delle opzioni binarie, offerto ormai da numerosi broker, pensati appositamente per gli utenti “comuni”.

Fare trading con i tweet dei politici

Può sembrare una stravaganza ma fare trading con i tweet dei politici si può, anzi in certi casi si deve. Ovviamente, non è pensabile utilizzare i “cinguettii” come una risorsa di analisi, ma è innegabile che possa apportare un serio contributo. Certo, bisogna saperlo fare, occorre ricondurre i tweet alla loro dimensione esatta. Ecco qualche consiglio utile.

Perché twittare influenza il mercato
trading con i tweet
Perché fare trading con i tweet dei politici?

La risposta è duplice. In primo luogo, perché i tweet non sono altro che dichiarazioni. E’ possibile assimilare i tweet a delle dichiarazioni rese a una agenzia di stampa. D’altronde, è ormai assodato che i social, quando utilizzati in prima persona da figure di spicco, fungono da “altoparlante” e ricoprono la medesima funzione delle agenzie di stampa. Le notizie vengono riprese, diventano articoli di giornale, si diffondono a macchia d’olio.

In secondo luogo, è la natura stessa del mercato a trasformare i tweet, ormai sinonimo di “dichiarazioni spontanee rese alla collettività”, in una risorsa per i trader. Sono, infatti, dei market mover nel vero senso della parola. Come tali, quindi, sono in grado di influenza il mercato. Un meccanismo che nessun trader può permettersi di ignorare.

Consigli per fare trading con i tweet

Il primo consiglio è scegliere con cura il politico da seguire.

Il requisito principale è… La logorrea. Un politico che non tweetta, che non dichiara, e che se lo fa non oltrepassa il confine del politically correct, non è un buon strumento di trading. Il politico in questione deve parlare, e soprattutto deve parlare di “asset”, magari tirandoli in ballo per questioni che non hanno a che fare esplicitamente con il trading. Il politico per eccellenza, in questo senso, è Donald Trump. Le sue invettive, di natura prettamente fiscale, si rivolgono spesso alle aziende che producano all’estero e “pretendono” di vendere negli Stati Uniti. Ebbene, ogni qualvolta il presidente USA minaccia di adoperare misure contro questo genere di aziende, il mercato reagisce. Lo fa specificatamente, magari affossando il titolo azionario relativo, se l’azienda viene menzionata direttamente.

Un secondo consiglio è dare ai tweet il giusto peso.

Anche quando Donald Trump parla, e il mercato reagisce, tale reazione in genere non dura. Certo, il movimento può essere deciso, ma non è altro che una oscillazione, la quale incorpora sempre un effetto rimbalzo. La dimensione esatta è quindi quello dal trading di brevissimo periodo, veloce, magari al limite dello scalping. Anche perché le parole, dopotutto, sono solo parole. Affinché l’effetto sia duraturo devono essere seguite dai fatti e ciò non accade spesso.

Infine, laddove sia possibile, è bene utilizzare strumenti “tecnici” specifici per sfruttare i tweet dei politici.

Il riferimento è a Trump Trigger, una app che avverte il trader ogni volta che The Donald pubblica qualcosa, traducendo le parole in segnali di trading. E’ una app molto utile, dal momento che la tempestività in questo caso conta molto e non è ragionevole pensare che il trader possa stare giorno e notto a controllare cosa dice Trump su Twitter.

Snapchat si quota in borsa: IPO da 20 miliardi

Snapchat si sta preparando per il debutto a Wall Street. L’evento, previsto per i primi di Marzo, consegnerà il celebre servizio di messaggistica al ristretto club delle compagnie tecnologiche quotate in borsa. Dopo Google, Facebook, Twitter, Alibaba anche Snapchat si appresta a diventare una società per azioni quotata e con un’entrata in grande stile.

Snapchat è un app di messaggistica instantanea con funzionalità uniche come:

  • auto-distruzione dei messaggi al termine della lettura o dopo 24 ore
  • pubblicazione di storie e offerte lampo da parte dei partner e publisher
  • diffusa tra i giovani 18-34 anni

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Snapchat in borsa: i numeri

Voci di corridoio, infatti, parlano di una IPO di 3,6 miliardi e una valutazione della società di circa 20 miliardi di dollari, una cifra di gran lunga superiore all’offerta con cui il colosso di Mark Zuckerberg intraprese il suo cammino nel mercato azionario (5 miliardi). Una cifra che non sfigura di fronte a quella di Alibaba, 21 miliardi, che nel 2014 fece segnare un vero e proprio record.

Snapchat, secondo i rumor, si quoterà al NYSE, New York Stock Exchange, scelta che rivela l’intenzione di fare riferimento alla tradizione, piuttosto che seguire pedissequamente le orme dei vari Facebook, Amazon, Google (quotati invece al Nasdaq). Sempre secondi i rumor, l’IPO elevata è dovuta principalmente all’offerta per singola azione, che sarebbe già stata decisa per una cifra compresa tra i 14 e i 16 dollari. Cifre queste, che tradiscono sogni di grandezza e che metteranno a dura prova la capacità di Snapchat di convincere investitori e pubblico. A tal proposito, sono già iniziati i colloqui con alcuni grandi azionisti finalizzati alla ricerca di sostenitori di un IPO che, a ben vedere, appare davvero ambiziosa.

Snapchat IPO giusta?

I numeri giustificano una offerta pubblica iniziale così alta? Potrebbero, sebbene si segnalino alcuni dati in chiaroscuro. E’ vero, infatti, che Snapchat gode di una crescita del fatturato molto notevole: +600% dal 2015 al 2016, con un passaggio in termini assoluti da 59 milioni a 404,5 milioni di dollari. E’ altrettanto vero che gli analisti prevedono un fatturato di 1,76 miliardi per il 2018. Tuttavia, è indubbio che la società di messaggistica stia affrontando un carico di spese non indifferente, sintetizzate da un dato piuttosto negativo: 514 milioni di perdite nel 2016.

D’altra parte, Snapchat è in forte ascesa, a tal punto da essere entrato in competizione con Facebook nel mercato dei publisher. Nell’ultimo quadrimestre del 2016 si contavano già 158 milioni di utenti, con un tempo di navigazione media piuttosto alto: 30 minuti. Soprattutto, Snapchat rischia di essere un avversario formidabile per Facebook in virtù di alcune considerazioni di carattere demografico. La giovane piattaforma di messagistica, infatti, sta acquisendo consensi presso la fascia di età tra i 18 e i 34 anni, che ne rappresenta la maggior parte dell’utenza. Un dato che cela un patrimonio di inestimabile valore, dal momento che gli under 35 sono coloro che più di ogni altro reagiscono in maniera positiva alle inserzioni.

snapchat

E’ ovvio che le speranze di Snapchat poggiano sulla capacità di innovare il comparto, di creare feature che in un modo o nell’altro facciano emergere la società rispetto alle rivali. Per adesso, almeno in tal senso, le indicazioni sono positive: alcune delle nuovi funzioni di Snapchat non solo sono state apprezzate dagli utenti, ma hanno rappresentato una fonte di ispirazione per i competitor. Il riferimento è, tra le altre cose, alle Instagram Stories.

Google e Facebook pronti per l’acquisto di Twitter?

Può esistere un social network di nicchia? La risposta è positiva, se si punta a una redditività bassa. E’ quanto ha sperimentato Twitter, che nell’ultimo anno si è scoperto “meno di massa” rispetto a quanto sperasse. Gli utenti non stanno crescendo, gli introiti nemmeno, sicché la piattaforma cinguettante sembra ormai appannaggio di un pubblico ben definito e circoscritto, forse troppo. Se questa è la dimensione che spetta a Twitter, allora emerge chiaro un problema di competitività, soprattutto rispetto a Facebook, che ha fatto dell’approccio generalista il suo cavallo di battaglia.

Aggiornamento del 19 Ottobre: Google rinuncia all'acquisto e adesso il processo di vendita sembra essere messo in pausa. Il CEO Dorsey dovrà pensare ad altre strategie per rendere Twitter di nuovo un social appetibile per la vendita. Dovrà sfruttare le elezioni presidenziali USA e affrontare gli azionisti il 27 Ottobre, giorno in cui presenterà i suoi dati.

Twitter: bilancio deludente

A pesare è anche un modello economico che non sta portano i risultati sperati e che semplicemente impallidisce rispetto a quelli – efficienti e in grado di muovere grandi volumi di denaro – targati Facebook e Google. Sicché non stupisce che in seno al management si sia fatto largo l’ipotesi della vendita. Meglio abbandonare la nave quando è ancora in buone condizioni, incassare e pensare magari a un altro progetto. Tale ipotesi ha acquisito forza a un anno dall’investitura a Ceo di Jack Dorsey, giudicato da alcuni analisti, piuttosto scettici a dire il vero, come l’ultima carta da giocare per far compiere il salto di qualità a Twitter. A spingere i piani alti alla vendita vi è anche il palese interessamento di alcuni importanti nomi. Su tutti Google, Facebook e SaleForce. Quest’ultimo, a dire il vero, ha abbandonato l'idea di acquisto di Twitter. Il costo dell’operazione si aggirerebbe sui 20 miliardi, un po’ troppo per un’azienda che, nonostante sia un colosso del cloud, ha recentemente ricapitalizzato per 49 miliardi. Nello specifico, lo stop sarebbe arrivato da Fidelity Investment, l’azionista di maggioranza.

Facebook: monopolista dei social network

Dunque, se Disney non sarà della partita (si era fatto anche questo nome) la sfida si giocherà tra Google e Facebook. Sarebbero palesi, a questo punto, i piani di Zuckemberg. In primo luogo, concorrere con Big G per il predominio del mondo di internet, ancora in mano al colosso di Mountain View. Secondariamente, diventare una specie di monopolista dei social network. Va ricordato, infatti, che Facebook possiede Whatsapp. Forse sarebbe meglio non tifare per Zuckemberg, almeno a giudicare dall’uso che sta facendo dall’inaspettata liaison. Si vocifera, infatti, che sarebbe in cantiere un collegamento tra gli account Whatsapp e i profili Facebook. Lo scopo sarebbe quello di mostrare agli utenti del social inserzioni più pertinenti. Ciononostante, i rischi sul fronte della privacy sono evidenti. Per adesso, tuttavia, si è assistito solo a un cambiamento dei termini di servizio in senso non restrittivo.

Twitter, FB e Google in borsa

twitter

Le azioni Twitter sono quasi ai minimi storici e recentemente hanno nuovamente violato il primo importante supporto di 17.60 dollari. Se non si registra un ritorno veloce sopra tale valore allora si rischia di rivedere le quotazioni anche verso 14 dollari. La sensazione è che i possibili acquirenti interessati stiano aspettando un miglior prezzo per lanciare un'opa e contrattare un miglior prezzo.

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Le azioni Facebook invece continuano a mostrare un chiaro trend rialzista che si è attualmente stabilizzato tra 125 e 132 dollari. Dal grafico weekly si evidenzia il primo supporto a 118 dollari circa. Sul supporto sarebbe molto interessante rientrare al rialzo.

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Anche per le azioni Google (Alphabet inc.) mostrano un rallentamento del trend rialzista nelle ultime settimane e un supporto (ideale per un possibile nuovo acquisto di lungo periodo) intorno a 735 dollari.

Nintendo in borsa: prospettive rosee grazie al lancio di Mario iOS

Tredici punti percentuali. E’ questo il salto che ha compiuto il titolo azionario di Nintendo nei giorni immediatamente successivi alla conferenza di San Francisco. “Salto” è il termine adatto, dal momento che il guadagno è stato determinato dall’arrivo su iPhone di Super Mario che, evidentemente, di salti se ne intende.

Prima i Pokemon e poi SuperMario: i mercati apprezzano

L’azienda nipponica, per la precisione, rilascerà la versione app – chiamata Super Mario Run – a Dicembre 2016. Un altro successo che replicherà il lancio dei Pokemon? E’ bastato il semplice annuncio per far schizzare verso l’alto il titolo. Sia chiaro, i bollenti spiriti degli investitori si sono calmati dopo pochi giorni ma tant’è: Nintendo ora veleggia serenamente sui 26 euro. Un ottimo risultato, se pensiamo al crollo di inizio estate (13 euro a giugno).

Nintendo partner di Apple

D’altronde Nintendo aveva bisogno di un annuncio di questa portata per risollevarsi dal punto di vista economico. I fasti della Wii sono lontani: oggi il mercato delle console è dominato da Xbox One e Playstation 4, e per la Wii U non rimangono che le briciole. Certo, il segmento delle console portatili lancia segnali positivi ma da solo non basta per fermare il declino di un’azienda da cui tutti, investitori compresi, si aspettavano i più.

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La nuova strategia industriale di Nintendo

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Sicché, ecco la svolta epocale. Nintendo si prepara ad abbandonare, o forse a trascurare ufficialmente, il mercato delle console e approda su smartphone. L’iniziativa è degna di nota, e non solo dal punto di vista finanziario. Mai prima d’ora s’era vista un grande sviluppatore impegnarsi a fondo nella realizzazione di giochi per dispositivo mobile. Il cambio di rotta deciso da Nintendo potrebbe, nei fatti, cambiare il concetto stesso di smartphone. Ne ha data una chiara dimostrazione Shigeru Miyamoto, uno dei creatori del gioco, che ha illustrato come il gameplay non abbia risentito minimamente del passaggio di piattaforma. La risalita repentina del titolo in borsa è giustificato anche da questi ragionamenti, che comprensibilmente vanno oltre il semplice annuncio di Mario su iPhone.

L’importanza di questo cambiamento è risultato evidente in tutte le borse internazionali. In particolare in Giappone, come è ovvio che sia. Nella borsa di Tokio il titolo Nintendo ha fatto un balzo del 18%, preceduto da un clamoroso +29% degli Adr commerciati a New York (strumenti che consentono di investire nelle realtà straniere). A beneficiare della risalita di Nintendo sono state numerose aziende giapponese, tra cui la DeNa Co., incaricata di sviluppare i giochi su device mobili. Anzi, per lei si segnala un eccellente +21%.