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Archivi Autore: Dan Aran

Dan è un trader indipendente appassionato di finanza e studio di strategie forex intraday AVVISO: I trading alert, segnali forex e ogni altra indicazione presente in queste pagine non devono essere considerati come consigli di investimento personalizzati ma frutto di libera espressione, studio e analisi degli autori. Non ci si assume responsabilità sulle conseguenze dell'utilizzo delle informazioni presenti.

IQ Option presenta il suo Exchange

IQoption presenta la sua piattaforma Iqoption Exchange di criptovalute, cui è stato dato il nome di “IQoption Cryptocurrency Exchange” – Vedi QUI. Il famoso broker di opzioni binarie entra quindi a gamba tesa su un mercato ancora poco frequentato dalla concorrenza, quello del “trading diretto” di valute virtuali. Lo fa con un’offerta in grado già ora di competere egregiamente, e in certi casi addirittura di superare, i servizi proposti dai leader del settore come Bittrex, Binance e Gdax.

In che cosa consiste IQoption Cryptocurrency Exchange? Per rispondere a questa domanda dobbiamo innanzitutto offrire una panoramica dello strumento Exchange.

Cosa sono gli Exchange criptovalute

Gli Exchange di criptovalute sono piattaforme, o più spesso piattaforme di scambio valute virtuali, che consentono di scambiare le criptovalute con altre criptovalute o con le monete tradizionali. Sono gli unici strumenti in grado di consentire un trading diretto, che non si appoggi ai derivati. Ovviamente, con tutte le conseguenze del caso sotto il profilo della velocità: le transazioni in criptovalute possono richiedere molto tempo, a causa dei meccanismi coinvolti dalla blockchain, e ciò poco si addice agli approcci più diffusi del trading, secondo cui la velocità è una componente importante.

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otnBinance è un exchange con una propria criptovaluta e offre commissioni di negoziazione competitive
otnHitBTC è uno dei più importanti exchange dove tradare Token e ICO

Per questo motivo, gli Exchange vengono utilizzati soprattutto per acquistare criptovaluta da mettere in deposito o per trasformare i depositi in criptovaluta in ricchezza reale, scambiando valuta virtuale con valuta tradizionale.

Gli Exchange hanno il pregio di avvicinare le crypto al mondo reale, di consentire ai possessori di utilizzare concretamente – certo attraverso lo scambio – la propria liquidità. Presentano, però, il classico risvolto della medaglia, che può essere riassunto in una parola: commissioni. Gli Exchange, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi impongono connessioni notevoli. Pertanto, chi vuole fare trading con le criptovalute si rivolge a modalità più snelle e meno costose, come il trading con i CFD (Contract for Difference).
iqoption exchange criptovalute

L’Exchange di IQoption

IQoption Cryptocurrencies Exchange si inserisce in questo contesto e cerca di risolvere alcuni dei problemi atavici delle piattaforme/siti. Il risultato è uno strumento che, a quanto si legge dalle feature, vanta una certa efficacia a prescindere dalla finalità del singolo utente: trading diretto, scambio con valuta tradizionale.

Il riferimento è alle commissioni e alla velocità. Le commissioni, infatti, sono estremamente basse e partono addirittura dall’1%, una percentuale praticamente mai vista negli Exchange di criptovalute.

Per quanto riguarda la velocità, invece, si segnalano:

  • L’istantaneità di depositi e prelievi
  • Il tempo per l’esecuzione degli ordini, che è di 5 millisecondi
  • Commissione 1% (ridotta se utilizzi i token OTN)
  • Leva finanziaria fino a 1:20

A questo si aggiungono alcune caratteristiche che si inseriscono sul solco tracciato da tempo da IQoption:

  • Semplicità dell’interfaccia
  • Sicurezza, con i depositi sono garantiti dall’Investor Compensation Fund
  • Assistenza informativa, soprattutto per ciò che concerne le fork
  • Fork supportati

Ad arricchire questo interessante servizio di IQoption ci sono gli sconti sulle commissioni per alcune tipologie di pagamento, come quelli che coinvolgono i token di OTN, e il supporto analitico, che consta di oltre 25 indicatori immediatamente utilizzabili.

L’offerta, come da tradizione per IQoption , è molto ampia e in grado di soddisfare le esigenze di un gran numero di utenti. Si parla, infatti, di oltre 13 criptovalute disponibili, distribuite in oltre 20 coppie di criptovalute e valute tradizionali.

IQoption API trading access

IQoption ha annunciato inoltre che il suo Exchange verrà arricchito da altre feature. Tra queste spicca la leva, che raggiungerà il rapporto di 20:1. Si segnala anche la possibilità di investire al ribasso e il trading via API.

IQoption Cryptocurrency Exchange è una novità molto interessante, nonché un concreto passo in avanti per il segmento degli Exchange, il punto di incontro tra chi vuole cimentarsi nel trading diretto di criptovalute e chi, semplicemente, vuole gestire la sua liquidità con efficacia e bassi costi.

Come costruire un portafoglio di criptovalute

Costruire un portafoglio di criptovalute non è affatto semplice perché il mondo crypto si è complicato e ampliato notevolmente negli ultimi anni creando un gap informativo piuttosto rilevante: le criptovalute, e in particolare quelle più recenti, sono parzialmente avvolte da un alone di mistero. Inoltre, è la classe di asset stessa, le valute virtuali appunto, a essere dominata da dinamiche che poco hanno a che vedere con le più classiche azioni, materia prime, valute tradizionali etc. Le correlazioni sono ancora poco reattive e la volatilità è molto alta.

portafoglio criptovalute

E’ bene fare un po’ di ordine ed elencare alcuni consigli generali che possano costituire un buon punto di partenza per costruire un portafoglio di criptovalute.

Diversificare il rischio con le criptovalute

Diversificare il rischio è una regola aurea, che vale per qualsiasi tipologia di portafoglio. Nemmeno le criptovalute sono svincolate dall’imperativo categorico di ogni investitore: diversificare.

Ma… Come si diversificano le criptovalute?

Occorre infatti indicare dei criteri che si adattino alle particolarità di questo nuovo mezzo di investimento. Questi criteri dovrebbero essere: liquidità, valore aggiunto, aspettativa di crescita a lungo termine. Un buon portafoglio di criptovalute dovrebbe essere composto per un buon 60% da criptovalute ad altissima liquidità, per il 10% da criptovalute a media liquidità e per il resto da criptovalute con un alto valore aggiunto e dalla speranza di crescita a lungo termine.

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Se si parla di criptovalute ad altissima liquidità, il pensiero non può che correre al Bitcoin e all’Ethereum. Per media liquidità invece si intende, ad esempio, il Ripple.

Più difficile la definizione di criptovalute ad alto valore aggiunto. Possiamo definirle come quelle valute virtuali che si caratterizzano per una tecnologia particolare, per un approccio sui generis e che si pongono lo scopo di risolvere un problema specifico. Spesso, sono confinate in contesti di nicchia ma potrebbero avere in futuro un ruolo di primo piano. Dipende, appunto, a quale esigenza gli investitori daranno più spesso. Il riferimento, in questo caso, può essere a Monero, che punta sulla privacy, a IOTA, che punta sulla scalabilità, a Railblocks, che ha introdotto il concetto di blockchain privata.

Infine, le valute con elevata speranza di crescita. Sono quelle in fase beta, utilizzabili sotto forma di token. Occorre identificare quelle che celano il progetto più interessante e con la tecnologia più innovativa. Tra quelle che stanno calamitando l’interesse degli investitori spiccano Metal, Steam e TNT.

Valutare gli elementi tradizionali

Le criptovalute rappresentano un fenomeno sui generis, con caratteristiche peculiari e, in un certo senso, di portata rivoluzionaria. Tuttavia, non sfuggono completamente alle logiche classiche dell’investimento a medio e lungo termine. Sotto certi punti di vista, quindi, creare un portafoglio di criptovalute è come creare un portafoglio tradizionale. Ciò si evince dal (per ora ristretto) range di elementi “tradizionali” che comunque, anche se si parla di valute tradizionali, occorre valutare.

  • Solidità del progetto. Così come, per valutare delle azioni, è necessario analizzare l’azienda emittente, allo stesso modo per capire se una criptovaluta merita di far parte di un portafoglio è necessario studiarne il progetto. Il ché, nella fattispecie significa: individuare il grado di vitalità della community degli sviluppatori, prendere coscienza della tecnologia che sta dietro alla criptovaluta, constatare l’esistenza di problemi strutturali e la loro capacità di incidere sul prezzo (es. il Bitcoin presenta difficoltà nel mining) e altro ancora.
  • Domanda. Prima di inserire una criptovaluta nel portafoglio è necessario analizzare la domanda. E’ richiesta dal mercato? Per rispondere, oltre a spulciare i volumi, è bene studiare i servizi – anche extratrading – connessi a quella valuta. Per esempio, se una criptovaluta è oggetto dell’interesse di molti broker (che la propongono sotto forma di CFD) allora questo è un segnale che la domanda è sostenibile nel medio e lungo periodo. Un altro fattore decisivo, sempre in una prospettiva di lungo termine, è l’interesse manifestato dagli investitori istituzionali, o la presenza di servizi di vendita che fanno uso di quella criptovaluta in qualità di mezzo di pagamento.
  • Offerta. Questo è un aspetto molto interessante, in quanto vittima di una parziale evoluzione, quando si parla di criptovalute. Il motivo risiede nelle modalità di emissioni, che nulla hanno a che vedere con le valute tradizionali. Le criptovalute vengono nella stragrande maggioranza dei casi “minate”, e nello specifico attraverso un processo di estrazione di complessi codici. Ora, sono due gli elementi che decidono l’offerta di una criptovalute nel medio e nel lungo periodo: la difficoltà nel mining, il numero massimo di unità monetaria (i coin) previsti dagli sviluppatori. Già, a differenza degli euro e dei dollari, le criptovalute prima o poi finiscono. Quindi: se il mining è difficile, l’offerta potenzialmente andrà in sofferenza e si realizzerà un aumento di prezzo, se il mining è semplice allora accade l’inverso. Analogamente, se il numero di coin previsto è basso, ciò depone per un aumento del prezzo (almeno in linea ipotetica).

Come evitare gli scam

Quando si crea un portafoglio di criptovalute, e si adotta un approccio che mira deciso alla diversificazione, il rischio scam è dietro l’angolo. Per inciso, gli scam sono le classiche “truffe”, criptovalute in fase beta e attive solo sotto forma di token che, a fronte di un investimento da parte degli utenti, si rivelano scatole vuote: sono solo delle esche, dei progetti finti, un modo per estorcere denaro. Il problema è che spesso le truffe vengono orchestrate bene, quindi è possibile incappare in uno scam senza accorgersene.

Come fare per evitare truffe criptovalute?

I consigli sono tre.

  • Verificare l’esistenza di un Whitepaper canonico. I Whitepaper possono essere paragonati ai business plan in quanto contengono tutte le informazioni progetto necessarie ad attirare gli investitori. Se non esiste, siamo di fronte a uno scam. Se esiste ma è molto generico, pure.
  • Verificare il livello di profondità delle piattaforme informative proprietarie. Ovviamente, i siti proprietari sono di parte, in quanto megafono del progetto. Tuttavia, se le informazioni non sono precise, sono generali e i dettagli mancano, vi è una enorme probabilità che nascondino uno scam.
  • Cercare feedback qualificati in rete. Alla fine, l’opinione degli altri investitori è il miglior antidoto. Tuttavia, occhio alle marchette. Serve un po’ di esperienza in modo da riconoscere un tono e un linguaggio insincero, ma dopo un po’ ci si fa la mano.

Telegram: la criptovaluta che può funzionare

Telegram (dopo aver lanciato la sfida a whatsapp) è pronta a lanciarsi nel mondo delle criptovalute. Ha intenzione di farlo in grande stile, con una ICO pazzesca, come mai se ne sono viste. Segnale, questo, che le valute virtuali hanno ormai compiuto un salto di qualità: da fenomeno bizzarro a oggetto del desiderio dei grandi player internazionali. Ad attrarre sono le potenzialità, soprattutto in campo tecnologico, anche perché le infrastrutture che stanno alla base delle criptovalute appaiono già oggi in grado di dare un nuovo impulso non solo alle tematiche monetarie ma anche a quella della cibersecurity.

telegram

Da quando la notizia è stata diffusa, gli esperti ma anche i semplici appassionati hanno iniziato a interrogarsi sulla qualità del progetto. La nuova criptovaluta di Telegram ha le carte in regola per ritagliarsi un posto di primo piano nel già saturo panorama crypto? E’ in grado di insidiare il primato di Bitcoin ed Ethereum? Prima di rispondere a questa domanda, o meglio lanciarci in qualche previsione, è bene ricapitolare numeri e finalità del progetto.

Telegram e la nuova criptovaluta

La ICO dovrebbe essere lanciata entro la fine di marzo. Dunque, è ancora tutto di là da venire. Alcune informazioni, però, hanno già iniziato a circolare con una certa insistenza. Per esempio, l’entità della ICO stessa, che è semplicemente enorme. Si parla, infatti, di una cifra pari a 1,2 miliardi di euro. Mai prima d’ora si era vista una ICO di questa dimensioni. Il record attuale (ricordiamo che il progetto di Telegram deve ancora iniziare) è detenuto da Filecoin, che ha raccolto 257 milioni di dollari per un progetto che, a rigor di termini, consisteva, più che nella creazione di una valuta virtuale, in una modifica della blockchain finalizzato a condividere la memoria inutilizzata dei pc.

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Ad ogni modo, Telegram è pronta a mettere (anzi, a farsi mettere) sul piatto della bilancia 1,2 miliardi di dollari. Non tutti, però, andranno a comporre la liquidità della nuova valuta. A questa è riservato il 44% del totale. Il resto andrà al team di sviluppo (4%) o costituirà una quota di riserva (52%). Le stime parlano giù di una emissione di token pari a 500-600 milioni di dollari.

Quali caratteristiche avrà la nuova criptovaluta di Telegram?

Per ora si conosce il nome, Gram, e poco altro. Un’altra informazione attendibile suggerisce che il progetto fa parte del Telegram Open Network, una rete finalizzata a creare un protocollo multifunzione ispirato alla tecnologia della blockchain, in una prospettiva secondo cui, nel prossimo futuro, il pagamento mediante criptovaluta sarà alla portata di tutti. I passaggi che il TON promette di percorrere riguardano la risoluzione dei problemi di scalabilità, velocità e governance.

GRAM funzionerà?

Ancora sono pochi gli elementi per rispondere a questa domanda, sebbene il progetto stia nascendo sotto i migliori auspici. Tuttavia, è possibile individuare tre fattori che fanno pensare a un successo di GRAM, e finanche alla sua capacità di imprimere una svolta nel mondo crypto. Ecco quali.

  • Base consolidata. Il periodo più critico di una criptovaluta è costituito dai mesi successivi alla sua nascita, in quanto è cruciale per acquisire una base di utilizzatori e/o investitori tali da sostenere la sua presenza nel mercato. Ebbene, GRAM da questo punto di vista appare in grado di difendersi fin da subito. Potrà attingere, infatti, all’incredibile bacino di utenza di Telegram, che è costituito da 180 milioni di individui.
  • Potenza di fuoco. E’ raro vedere una criptovaluta in grado di reggersi sulle sue gambe al primo colpo. Molto spesso i progetti vengono rimaneggiati, l’infrastruttura protetta, ampliata e riarrangiata. Per fare ciò, occorrono risorse. Anche sotto questo profilo, il futuro di GRAM appare assicurato, o almeno non particolarmente foriero di pericoli. Dietro non ha un team di sviluppatori di nicchia, stile indie, bensì una società affermata e dotata di tutti gli strumenti necessari.
  • ICO gigantesca. E’ bene non sottovalutare i numeri. Un miliardo e due sono veramente tanti, anche se alla fine a comporre la liquidità sarà meno della metà. Una ICO di queste proporzioni è in grado di garantire alla valuta una base già eccellente, il terreno fertile per una entrata a regime in tempi record. Ovviamente, tutto dipenderà dalle reali caratteristiche della criptovalute, e non solo dei numeri a suo sostegno, ma si tratta certamente di un fattore molto positivo.

Partnership Ripple MoneyGram: cosa cambia per le criptovalute

Il 12 gennaio MoneyGram ha annunciato una partnership con Ripple, criptovaluta tra le più interessanti e famose in circolazione, nonché una delle principali rivali del Bitcoin. Questo inatteso accordo ha acceso la discussione circa il ruolo delle valute virtuali nell’economia reale, al di fuori del mondo del trading (dove pare sia confinata tutt’ora). Per comprendere la reale portata dell’evento, e fornire qualche spunto di tipo predittivo, è necessario capire in che cosa consiste realmente questa partnership.

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MoneyGram e Ripple: il succo dell’accordo

MoneyGram è una società il cui focus principale è il trasferimento di denaro. Statunitense ma diffusa in tutto il mondo (in Italia è rappresentata da Poste Italiane) contende a Western Union il primato nel mercato del money transfert. Le sue attività si concentrano principalmente sui trasferimenti internazionali e sui prodotti di documentazione finanziaria. La partneship con Ripple, tuttavia, coinvolge solo la prima sfera di azione. Tale iniziativa, infatti, si inquadra nella ricerca di una competitività maggiore in termini di costi e commissioni.

Ripple è invece una criptovaluta che cerca di superare la tecnologia del Bitcoin, offrendo una soluzione a un problema annoso e ponendo le basi per un servizio in grado, in linea teorica, di contrastare il ruolo di leader attualmente rivestito dalle banche. Il problema che Ripple promette di risolvere è la velocità delle transazioni: a detta degli sviluppatori, sono necessari solo un paio di secondi per trasferire denaro con il sistema di Ripple. Il servizio innovativo, invece, è il trasferimento di denaro “senza soluzione di continuità”: è possibile inviare Ripple e fare in modo che la controparte riceva euro, dollari, sterline etc. In questo modo, il sistema di Ripple costruisce un ambiente di intermediazione tale da sovrapporsi a quello tradizionalmente messo a disposizione dalle banche.

In che cosa consiste la partneship tra Ripple e Moneygram?

ripple trading pepperstone broker In estrema sintesi, MoneyGram farà uso del sistema di pagamento di Ripple, noto con il nome di xRapid, al fine di ridurre i costi di transazione e allo stesso tempo di rendere più veloce le transazioni stesse.

Le implicazioni della partnership tra MoneyGram e Ripple

L’accordo, come già anticipato, apre le porte a scenari completamente inesplorati. A patto, ovviamente, che la collaborazione tra i due soggetti risulti veramente feconda. Se ciò accadesse, infatti, verrebbe dimostrato l’assioma dei sostenitori delle criptovalute secondo cui “le valute virtuali sono valute a tutti gli effetti”. Una affermazione, questa, cui le istituzioni hanno per ora riservato un forte scetticismo, a partire dalle banche centrali. Se MoneyGram attraverso Ripple riuscirà a migliorare e rendere più convenienti le sue transazioni, allora si diffonderà la percezione secondo cui le criptovalute non sono esclusivamente degli strumenti di investimento speculativo. Il primato delle valute tradizionali, in questo caso, diventerebbe virtualmente attaccabile.

Ipotizzando un esito positivo dell’iniziativa, inoltre, risulterebbe evidente che il successo delle criptovaluta va rintracciato fuori dalle logicamente di mercato, quindi nell’economia reale, nei loro impieghi concreti. Un passaggio semantico, questo, che ad oggi, con l’estrema volatilità che caratterizza le valute virtuali, appare quasi utopico. Certo, alcune criptovalute non sono nuove ad accordi con soggetti economici, anche importanti ma a dominare lo scenario è ancora il Bitcoin, che è visto da tutti come un mero strumento di speculazione.

Infine, se restringiamo la riflessione al solo Ripple, un successo della partnership rappresenterebbe la dimostrazione che sì, questa criptovaluta è realmente come dicono i suoi sviluppatori. La collaborazione infatti costituisce una eccezionale prova su strada per questa valuta virtuale. Da dimostrare, la velocità delle transazioni e la validità della formula “senza soluzione di validità” (quella che consente di abbinare al semplice trasferimento anche il cambio valuta).

Attualmente, è tutto ancora da dimostrare. Se guardiamo al presente, ben poco è cambiato. Nonostante l’annuncio della partneship, Ripple si è comportato esattamente come le altre criptovalute. Ossia, ha seguito il Bitcoin nel saliscendi di gennaio. Da questo punto di vista, ovvero sotto il profilo delle quotazione, Ripple fatica ancora a emergere con una identità forte, a brillare di luce propria.

Criptovalute: cosa pensano le banche centrali

Le criptovalute rappresentano un fenomeno di portata mondiale. Il Bitcoin fa registrare, nonostante qualche sporadico scivolone, tassi di crescita annuo su anno incredibili, seguito a ruota (o quasi) dai vari Ethereum, Litecoin, Ripple. Sono sulla bocca di tutti: investitori, analisti, economisti, media, gente comune.

Era inevitabile, quindi, che finissero anche sulla bocca delle banche centrale, che in teoria dovrebbero essere i soggetti più titolati a parlare di valute. L’espressione “in teoria” è d’obbligo, dal momento che le criptovalute sono nate in netta contrapposizione con le banche centrali, la loro ragion d’essere è proprio la creazione di un sistema monetario che sia svincolato dalle dinamiche delle central banks.
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Ma tant’è, il parere delle varie Fed, Bce, Bank of England et similia era richiesto e non è tardato ad arrivare. In questo articolo ricapitoleremo quello che le principali banche centrali pensano sulle criptovalute.

Federal Reserve

La banca centrale statunitense condivide con tutte le analoghe in giro per il mondo alcune perplessità. In questo caso, le maggiori preoccupazioni ruotano attorno alla gestione del rischio. Proprio in questo senso vanno le dichiarazione di Jerome Powell, membro del board Fed.

Randal Quarles, Vice Chair for Supervision della Fed, ha persino paventato un intervento diretto da parte della banca centrale per regolare l’utilizzo dei Bitcoin. Dopo aver lamentato, nel corso di una adizione al Senato, lo stato di impotenza attuale della Fed nei confronti delle criptovalute, ha ipotizzato la promulgazione di policy precise. Ad ogni modo, ha specificato che il fenomeno non è ancora abbastanza grande da destare enormi preoccupazioni, e quindi attualmente non ci sono le condizioni per intervenire.

Banca Centrale Europea

bitcoin bce mario draghiA dire il vero, la BCE non si è sbilanciata molto sulle criptovalute. Si ricorda una dichiarazione di Mario Draghi pronunciata a dicembre durante un incontro pubblico nel quale ha rigettato la qualifica di “valute” per Bitcoin e compagni, e ha messo generalmente in guardia gli investitori, pur specificando che per adesso non avverte alcun rischio per il sistema finanziario continentale.

Più preciso è stato Vitor Costancio, membro del board, che qualche mese fa ha sottolineato la natura altamente speculativa delle criptovalute, paragonando il fenomeno ai tulipani del XVII secolo. Il riferimento è alla bolla esplosa nel Seicento, avvenuta dopo un aumento dei prezzi esagerato dei celebri fiori (la prima bolla finanziaria della storia).

Banca Popolare Cinese

L’atteggiamento del massimo istituto finanziario cinese è ambiguo. Nel senso che da un lato si apprezza una clamorosa apertura al mondo delle criptovalute, mentre dall’altro si evidenzia una chiusura totale. Nello specifico, la Banca Popolare Cinese si è detta disponibile ad abbracciare la tecnologia delle cryptocurrencies, reputando valido il concetto stesso di valuta digitale, a tal punto da progettare una sua valuta virtuale, di stampo governativo. Contemporaneamente, ha stigmatizzato il ruolo dei privati nel fenomeno. Il risultato è il bando del trading di criptovalute entro il territorio cinese.

Bank of Japan

Il Giappone si è esposto molto di meno, limitandosi a osservare il fenomeno, analizzarlo ed esprimendo qualche parere generico. Lo ha fatto nella persona di Haruhiko Kuroda, governatore della Bank of Japan. Il numero uno della BoJ ha innanzitutto negato la natura valutaria delle criptovalute, asserendo che, per adesso, sono più strumenti di investimento che mezzi di pagamento veri e propri.

Si è poi ripromesso di studiare ancora più attentamente il fenomeno, specificando però che l’adozione di una valuta virtuale da parte della banca centrale rappresenterebbe un salto in avanti eccessivo, praticamente una rivoluzione.

Bank of England

Molto entusiasta, almeno secondo gli standard delle banche centrali, si è dimostrata la Bank of England. In particolare, è stato il governatore Mark Carney a tesserne le lodi. In realtà, non tanto della criptovaluta in sé, quanto della tecnologia che sta alla base: la blockchain. Stando alle parole del governatore, la blockchain potrebbe offrire garanzie di sicurezza ai pagamenti, e rendere praticamente impossibile gli attacchi informatici. Ha comunque specificato che la Bank of England è ben lungi anche solo dall’ipotizzare la creazione di una propria valuta virtuale.

Bank of Canada

La banca centrale canadese, invece, è dello stesso avviso del Giappone: le valute virtuali non sono delle vere e proprie monete. L’ex vice governatore del massimo istituto finanziario del Canada, però, in una intervista di novembre ha commentato questo – secondo lei – dato di fatto con una piccola provocazione: “Che non siano delle valute vere e proprie, si tratta di un vantaggio e di una garanzia di sicurezza”.

Anche la Wilkins, però, considera molto vantaggiosa la tecnologia delle blockchain, quindi non è da escludersi un suo utilizzo da parte della Bank of Canada.

Bank of Corea

La banca centrale coreana ha manifestato una chiara avversità nei confronti delle criptovalute. Si è posta lo scopo di “proteggere” i consumatori da questo fenomeno e impedire che possa “corromperli”. Il riferimento è non solo alla mania speculativa, che secondo i detrattori sta sfociando nel giorno d’azzardo, ma anche ai falsi miti secondo cui le criptovalute rappresenterebbero lo strumento di pagamento preferito dai trafficanti di droga, di armi etc.

Nel frattempo, il legislatore sudcoreano sta pensando a una tassa specifica per i guadagni da plusvalenza realizzati mediante trading di criptovalute.

CBRF

La Central Bank of the Russian Federation ha in mente di utilizzare il pugno duro, naturale conseguenza di una percezione alquanto negativa del mondo delle criptovalute. Secondo il governatore della banca centrale Elvira Nabiulina le criptovalute non sono altro che schemi piramidali (es. schema Ponzi) e in ogni caso sarebbero da bandire in quanto denaro emesso da privati. Attualmente, non è stata varata alcuna decisione in merito, dal momento che si aspetta una indicazione precisa da parte del Governo.

Contemporaneamente, però, è noto il rapporto (dialetto, pubblico e aperto) tra il creatore di Ethereum e il governo russo. Si pensa, infatti, che Ethereum possa essere cooptato nel sistema amministrativo russo. La posizione di Mosca, quindi, in realtà potrebbe essere alquanto simile a quella cinese: da un lato si stigmatizza l’uso privato, dall’altro si punta a porre il fenomeno sotto l’egida governativa.

Come fare l’analisi fondamentale per i CFD dei Bitcoin

Fare trading con i CFD dei Bitcoin è la soluzione migliore per investire a breve e medio termine su questa criptovaluta. L’utilizzo delle piattaforme Exchange, infatti, prevede tempi molto lunghi per le transizioni che, nel caso del Bitcoin, scontano limiti strutturali. Grazie ai CFD, quindi, i Bitcoin possono essere commerciati come se fossero una valuta qualsiasi. Questo pone in essere alcune domande. La più importante delle quali è: come fare l’analisi fondamentale? Se si fa trading con l’euro, il dollaro, la sterlina e le altre valute tradizionali il problema non sussiste, dal momento che sono codificate prassi analitiche e si segnala una vastissima letteratura in merita.

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La verità è spiacevole, per quanto scontata: fare l’analisi fondamentale per i CFD Bitcoin è veramente difficile. Lo è per almeno due motivi, ecco quali.

Bitcoin: l’indipendenza è un’arma a doppia taglio

I motivi che rendono l’analisi fondamentale per i CFD Bitcoin realmente ostica procedono da quella che, convenzionalmente, viene considerato la caratteristica più importante della criptovaluta: l’indipendenza.

Il primo motivo che si può addurre, quindi, è la conseguenza principale della natura indipendente del Bitcoin: l’assenza di una banca centrale o di un qualsiasi ente che, più o meno arbitrariamente, agisca sul lato dell’offerta. La quantità di euro, di dollari, di sterline etc. presente nel mercato può essere manipolata dal taglio e dal rialzo dei tassi. Un’azione doverosa, visto la mission delle banche centrali. Un’azione in grado di incidere profondamente sul mercato, certo. Ma anche un market che conferisce leggibilità all’asset. Ebbene, il Bitcoin non ha nessuna banca centrale alle spalle, quindi manca di un market mover fondamentale.

Il secondo motivo riguarda sempre l’indipendenza, ma in questo caso non da un organismo bensì da un economia. Se l’euro è collegato all’Eurozona, il dollaro agli Stati Uniti, la sterlina alla Gran Bretagna, il Bitcoin è semplicemente… Apolide. L’effetto è lo stesso: niente economia reale sottostante, niente market mover economici, minore leggibilità e difficoltà a produrre un’analisi fondamentale degna di questo nome.
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Come aggirare i limiti del Bitcoin

Tutto ciò implica che non sia possibile fare l’analisi fondamentale quando si fa trading con i CFD Bitcoin? In realtà, no. E’ possibile adoperare alcune accorgimenti per individuare dei market mover che, pur non essendo solidi come i tassi di interesse, l’inflazione, il PIL, il tasso di disoccupazione etc. possano fornire terreno fertile per l’analisi fondamentale.

Questi accorgimenti consistono nel porsi due domande. E nello specifico: cosa influisce sull’offerta di Bitcoin? Cosa influisce sulla domanda? Il Bitcoin è un asset come gli altri, quindi è vincolato dalla legge della domanda e dell’offerta. E’ l’interazione tra questi due termini che forma il prezzo (o la maggior parte di esso).

Cosa contribuisce all’offerta di Bitcoin

Non esiste nessuna banca centrale che eroghi i Bitcoin, certo. Tuttavia, da “qualche parte” devono pur spuntare. La fonte erogatrice è il mining, ossia il processo di estrazione del codice che consente di immettere criptovaluta nel mercato. Ora, le dinamiche del mining sono oggetto del lavoro degli sviluppatori. Dunque, un cambiamento di queste dinamiche, ovvero un intervento più o meno pesante da parte dei developer può incidere sul lato dell’offerta. Se per esempio si rendesse il mining più complicato, il prezzo subirebbe una spinta ribassista. Se di contro si liberalizzasse il processo di mining, rendendolo alla portata di molti, il prezzo diminuirebbe.

La conclusione è la seguente: un market mover efficace potrebbe consistere nelle notizie che riguardano la tecnologia alla base del Bitcoin.

Cosa contribuisce alla domanda di Bitcoin

Rispondere a questa domanda è molto difficile. Il motivo è semplice: il mercato delle criptovalute è recente, quindi le dinamiche sono parzialmente sconosciute o comunque in grado di sorprendere. In linea di massima, la domanda può essere data da tre fattori.

  • Percezione. Se il Bitcoin viene percepito come una valuta sicura, e la copertura mediatica è buona, più persone entreranno nel mercato e la domanda riceverebbe una spinta verso l’alto.
  • Endorsement del mercato. Allo stesso modo, se le aziende, le banche commerciali e istituti vari dimostrano interesse per il Bitcoin e per le criptovalute in generale, la reputazione di queste ultime cresce e lo stesso accade per la loro domanda.
  • Dichiarazioni istituzionali. Di nuovo, il principio è lo stesso. In questo caso, però, le dinamiche riguardano i commenti e le opinioni di alti dirigenti, politici, banchieri, persino governatori delle banche centrali. Con le loro parole, sono in grado di orientare gli investitori quindi possono influire sulla reputazione del Bitcoin e di conseguenza sulla domanda.

Ne consegue con altri market mover importanti sono le notizie che riguardano le prestazioni del Bitcoin e in particolar modo le sue garanzie di sicurezza, che riguardano possibili partnership e le dichiarazione di figure istituzionali.

Un altro elemento da prendere in considerazione, infine, è l’andamento degli asset che, a vario titolo, entrano spesso in competizione con i Bitcoin. Il riferimento è alle valute più importanti e redditizie, ma anche ai beni rifugio, in primis l’oro. In estrema sintesi, se questi asset si rendono protagonisti di pessime performance, il Bitcoin ne trae teoricamente una spinta al rialzo.

6 Miti da sfatare sul Bitcoin

Il Bitcoin sta attirando l’attenzione non solo degli investitori ma anche della gente comune, assumendo le dimensioni di un vero e proprio fenomeno di massa. Nonostante il crescente favore, è tuttora vittima di pregiudizi, i quali certamente ne stanno frenando l’ascesa. In questo articolo parleremo dei miti da sfatare sul Bitcoin, dimostrando perché sono pure e semplici fake news.

Il Bitcoin è la moneta dei terroristi

Questa è la falsità più diffusa in assoluto, nonché la più pericolosa in quanto rovina la reputazione di una valuta virtuale che, nonostante qualche scivolone non certo imputabile alla sua struttura, si è comportata fin qui in “modo onesto”. Questo mito nasce da una caratteristica tipica della criptovaluta: l’anonimato. Occorre però specifico che cosa si intenda, in questo caso, per anonimato: è vero che non vengono rilevate pubblicamente a nessun ente informazioni personali ma è altrettanto vero che queste informazioni vengono comunque raccolte e, se necessarie, messe a disposizione dell’autorità giudiziaria.
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Inoltre, a certificare che il Bitcoin non è la moneta dei terroristi è intervenuta di recente l’Europol. L’organizzazione ha chiarito di non aver trovato alcuna prova che le attività terroristiche siano finanziate, magari per l’acquisto di armi, mediante trasferimenti di criptovaluta.

Il Bitcoin è una bolla destinata a esplodere come quella dei tulipani

Piccolo excursus storico: il primo caso di bolla finanziaria è datato XVII secolo e ha avuto come protagonista… I tulipani. Questi fiori furono oggetto di una vera e propria isteria di massa, in quanto simbolo di agiatezza e strumento di valorizzazione degli ambienti. Il prezzo dei tulipani è saliva in maniera vertiginosa, gli investitori speculavano, fino al momento del crollo che ridusse sul lastrico un numero incredibilmente alto di persone.

Ebbene, il Bitcoin è stato paragonato ai tulipani del seicento. Attualmente, non c’è alcuna evidenza che dimostri l’esattezza di questo paragone, a parte l’incredile tasso di crescita del prezzo. Anzi, si segnalano elementi di divergenza. Per esempio, il successo di Bitcoin si basa su caratteristiche strutturali (almeno in parte), come il riferimento alla nuova tecnologia della blockchain.
bitcoin schema ponzi

Il Bitcoin è uno schema Ponzi

Lo schema Ponzi è molto diffuso ancora oggi nonostante sia bandito dalle normative nazionali e comunitarie. Senza approfondire il meccanismo, si può affermare che sia un sistema in grado di fornire una illusione “molto realistica” di guadagno a lungo termine. Una illusione che il malcapitato può perpetrare solo se spende denaro o se lo “fa spendere” ad altri.

Nel corso del tempo, lo schema Ponzi è diventato – giustamente – sinonimo di truffa. Dal momento che i detrattori e i più superficiali considerano il Bitcoin stesso una truffa, ecco che l’associazione è bella che compiuta: Bitcoin uguale schema Ponzi.

A scanso di equivoci, specifichiamo le il Bitcoin non ha nulla a che vedere con lo schema Ponzi. Il suo utilizzo presenta dinamiche diverse, praticamente identiche a quelle di qualsiasi altro asset, derivazione compresa: si può acquistare e vendere, semplicemente detenere nei portafogli elettronici, si può farci trading mediante i CFD e i future. Insomma, tutto normale, tutto trasparente, tutto legale.

I Bitcoin sono vittima degli hacker

Altro pregiudizio che nasce, più che dalla malafede, dalla paura per l’ignoto che evidentemente questa criptovaluta (che effettivamente ha una portata disruptive) ispira. Nello specifico, la paura che i Bitcoin possano essere in qualche modo hacherati e che il povere titolare di criptovaluta venga scippato della sua ricchezza.

bitcoin terrorismo
Rassicuriamo i più timorosi: il Bitcoin è sicuro. Lo è in virtù della più grande novità che ha apportato non solo al mondo del trading ma anche a quello tecnologico, amministrativo, contrattuale etc: la blockchain. E’ veramente difficile hackerare una transazione di Bitcoin: per farlo, il malintenzionato dovrebbe agire su un database di transizione sterminato. Certo, per alcuni il problema è solo spostato, e nello specifico ai wallet. In questo caso, è sufficiente scegliere un wallet (portafoglio elettronico) famoso per la sua affidabilità e che prevede delle chiavi private.

I Bitcoin contribuiscono notevolmente al riscaldamento globale

C’è anche questa: le criptovalute inquinerebbero il pianeta. Una tale affermazione, pronunciata così, senza contesto, potrebbe sembrare demenziale. E invece c’è un ragionamento dietro, per quanto sbagliato. Un ragionamento che si basa su una errata percezione del mining.

Con questo termine si intende l’operazione di individuazione dei codici che stanno dietro al singolo Bitcoin. Il mining viene realizzato mediante l’impiego di computer ad elevatissime prestazioni. La caratteristica principale dell’attività di “estrazione” è la sua progressività: a mano a mano che si estraggono Bitcoin, diventa sempre più difficile portare a termine l’operazione. Attualmente, sono necessari centinaia di computer al lavoro contemporanemaente per ricavare un solo Bitcoin.

Questo ha dato adito a supposizioni circa lo sperpero di energia elettrica e l’emissione di anidride carbonica. Supposizioni false, come certificano i numeri: il fabbisogno del mining non supera i 4,4 TWh, mentre quello per l’estrazione e la manipolazione dell’ora raggiunge tranquillamente i 138 e il sistema bancario mondiale addirittura 650.

Criptovalute sottocapitalizzate: rischi e opportunità

Il panorama delle criptovalute è molto ricco e vario. Non esiste solo il Bitcoin.  Sulla scorta del celebre Bitcoin, infatti, sono nate molte altre valute virtuali. La tendenza è di investire su quelle più famose, che per un motivo o per un altro (in genere per le performance di mercato eccellenti) hanno già conquistato la ribalta. Una schiera di trader sempre più nutrita, però, si sta rivolgendo anche sulle criptovalute secondarie.
criptovalute
E’ bene seguirli? Come al solito, si apprezzano rischi e opportunità. I rischi più importanti derivano dalla sottocapitalizzazione, la quale può portare a conseguenze per nulla piacevoli. In questo articolo parleremo delle minacce e delle opportunità derivanti proprio dalla sotto capitalizzazione.

Sottocapitalizzazione e criptovalute

Innanzitutto, è bene fare una precisazione. Fare trading con le valute che non si piazzano ai primi posti in quanto a capitalizzazione può essere un’idea redditizia, a patto di non esagerare. Il consiglio è quello di ignorare le criptovalute che difettano grandemente da questo punto di vista, e puntare invece su quelle tutt’al più “poco liquide”, almeno rispetto ai classici Bitcoin, Ethereum e Litecoin. Un riferimento può essere a Monero, IOTA, OmiseGo, ZCash.

Detto questo, affrontiamo le conseguenze, piacevoli e spiacevoli, derivanti dalla sottocapitalizzazione.

  • Rischio illiquidità. E’ ovvio: se un titolo è sottocapitalizzato, la mancanza di liquidità va da sé. Se si parla di criptovalute, il rischio più grande riguarda i costi delle commissioni. Questi rischiano di lievitare perché, molto banalmente, l’intermediario deve metterci del suo. Il riferimento è ai broker market maker, che impongono commissioni elevate per quegli asset che presentano difficoltà nell’individuazione della controparte. Anche quando non si fa trading, ma ci si limita a gestire un portafoglio, il rischio commissioni è alto: le piattaforme di Exchange sovraccaricano le transazioni che riguardano le criptovalute sottocapitalizzate.
  • Rischio manipolazione. Se la liquidità è insufficiente, un qualsiasi intervento di peso rischia di spostare pesantemente gli equilibri, incidendo in maniera notevole sulla domanda. Eventi di questo genere sono imprevedibili in generale, ma lo sono ancora di più nel comparto criptovalute, che manca di market mover strutturali.
  • Performance. Questa, in realtà, è una opportunità. Una criptovaluta sottocapitalizzata è una criptovaluta che ha grandi margini di miglioramento. Visti anche i ritmi di crescita del comparto, quindi, è probabile che – se sussistono le condizioni giuste – possa avere una exploit da un giorno all’altro.

Come selezionare le criptovalute sottocapitalizzate

Abbiamo fornito il primo consiglio qualche riga fa, ossia non scegliere quelle troppo sottocapitalizzate. Questo ovviamente non è l’unico parametro da prendere in considerazione. Eccone altri.

  • Identità. Una criptovaluta che si distingue dalle altre per struttura, finalità, modalità di utilizzo ha maggiori opportunità ritagliarsi un suo spazio e crescere. Gli esempi che si possono fare sono numerosi. Pensiamo a Monero, che si caratterizza per un approccio che tende nettamente alla tutela della privacy, più di ogni altra valuta in circolazione, o a IOTA, che è per tutti la “criptovaluta senza tassazione”. Siamo già nel campo del marketing, è vero, ma negarlo è impossibile: una criptovaluta riconoscibile verrà notata, e ciò influisce sulla sua domanda potenziale.
Per il trading di criptovalute ti consigliamo di utilizzare broker regolamentati e sicuri come IQoption. Su IQoption trovi 12 criptovalute e puoi investire a partire da 10 euro. Prova, valuta e poi decidi se incrementare o no le tue posizioni.
  • Sicurezza. Una criptovaluta non sicura è una criptovaluta destinata a fallire. Gli investitori sperano prima di tutto di non perdere il proprio capitale. Ora, il rischio è un concetto con cui si deve venire a patti. Inteso, però, come rischio di mercato, non tecnologico. E’ bene evitare, quindi, le criptovalute che hanno mostrato tentennamenti in questo senso. Monero, IOTA, OmiseGo, ZCash sono, tra le valute virtuali a media o bassa capitalizzazione, quelle considerate più sicure.
  • Multitasking. Il successo delle criptovalute passa anche dagli endorsement di grandi imprese e istituzioni, e questi dipendono dagli utilizzi alternativi che le criptovalute esprimono. La loro tecnologia spesso apre le porte a un modo diverso di intendere i contratti, le comunicazioni etc. Ne consegue che il margine di miglioramento maggiore sia appannaggio delle criptovalute “multitasking”. Pensiamo, tra le valute con buona capitalizzazione, a Ethereum, che disegna una tecnologia in grado di rivoluzione potenzialmente la redazione e la stipula dei contratti. Tre la valute a media o bassa capitalizzazione pensiamo invece a IOTA, che è di fatti un sistema di intermediazione bancaria (o quasi) “tax free”.
  • Analisi grafica. Identità, garanzie di sicurezza e multitasking a parte, è bene affidarsi alla cara vecchia analisi tecnica, meglio ancora che grafica. I pattern, infatti, sono più affidabili rispetto agli indicatori, visto e considerato che il mercato è ipertrofico e concetti quali supporti e resistenti, minimi e massimi, hanno risvolti diversi. Il grafico consente di carpire l’outlook, ma anche di individuare quanto sono forti, frequenti e regolari i ritracciamenti, che rimangono il fattore di rischio più importante per i trader delle criptovalute.
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Future Bitcoin: struttura e opportunità di investimento

Il Dicembre 2017 è stato teatro di un passaggio evolutivo importantissimo per il future Bitcoin, forse del suo effettivo sdoganamento. Tre importanti mercati hanno messo a punto i primi future sulla celebre criptovaluta, di fatto introducendolo nella finanza mainstream.

I future bitcoin, infatti, sono prodotti derivati regolamentati e standardizzati, i quali offrono garanzie di sicurezza agli investitori. Attualmente, i mercati ad aver compiuto questo importante passo sono gli americani CBOE, CME e Nasdaq.

Gli investitori hanno reagito in maniera euforica, imprimendo l’ennesima accelerazione alla criptovaluta, che ha nel giro di qualche giorno dal suo esordio nei mercati regolamentati fatto segnare nuovi record.
future bitcoin
L’esordio del Bitcoin nel mercato dei future ha dato il via a speculazioni interessanti.

La prima riguarda, paradossalmente, i rivali della criptovaluta. Si dice, ma sono più che voci di corridoio, che Ethereum e Litecoin seguiranno presto il Bitcoin, entrando anche loro a gamba tesa nel mercato dei future.

La seconda è di tenore diverso: sarebbero in gestazione degli ETF sul Bitcoin. Questo evento rappresenterebbe il definitivo sdoganamento del Bitcoin come strumento di trading.

Ci sono alcuni ma.

Buona parte di questi riguarda le regole che ruotano attorno ai future della celebre criptovaluta. Regole severe, a tratti sui generis, che celano una certa mancanza di fiducia nei suoi confronti. A suo modo, nonostante si sia parzialmente affrancato dal mondo OTV (Over The Counter), il Bitcon rimane un sorvegliato speciale.

Di seguito, qualche informazione specifica circa i future del Bitcoin e una riflessione sulla reale possibilità di vedere in tempi brevi i future su Ethereum e Litecoin.

Caratteristiche e tratti particolari dei future Bitcoin

Le uniche informazioni in possesso degli investitori riguardano la struttura e i limiti dei future bitcoin scambiati sul CBOE e sul CME. Le più importanti riguardano i tassi di margine e i limiti di prezzo. Nello specifico, il CBOE impone un tassodi margine pari al 30% mentre il CME li stabilisce al 35%.

Per quanto riguarda i prezzi, il CME ha affermato che saranno permessi scambi all’interno di range di prezzo pari al 20% al rialzo o al ribasso. Se la variazione, in un senso o nell’altro, supera questa percentuale gli scambi verranno rallentati o sospesi. Possono ovviamente continuare gli scambi all’interno di questo range, anche dopo che il limite è stato superato. Il punto di riferimento è la chiusura del giorno precedente.

La ratio di queste limitazioni è evidente: calmierare, per quanto possibile, il mercato del Bitcoin, portarlo in una dimensione quanto più vicina al concetto di normalità.

Una caratteristiche importante, anche se di natura prettamente promozionale, è l’assenza di commissioni. Fare trading sui future del Bitcoin sarà gratuito fino al 31 dicembre. Sulle commissioni successive non è stata fatta ancora chiarezza. Anche in questo, comunque, l’obiettivo è palese: spostare i trader del Bitcoin dai CFD ai future, dal mercato non regolamentato al mercato regolamentato.

Ecco alcune caratteristiche notevoli, rese note dal CME.

  • Ogni contratto è composto da 5 Bitcoin.
  • Un tick (variazione minima, l’equivalente dei pip) è pari a 5 dollari per ciascun Bitcoin, che equivale a 25 dollari a contratto. Se il mercato si muove a un passo minore, il trader perderà 25 dollari a tick se la contrattazione si è chiusa a suo sfavore; guadagnerà 25 dollari a tick se la contrattazione si è conclusa positivamente.
  • L’orario di trading è piuttosto esteso. In sintesi, il mercato chiude solo di sabato, e per un’ora al giorno. Sarà possibile scambiare i future di Bitcoin da domenica a venerdì, da mezzanotte alle undici di sera (ora italiana).
  • E’ possibile posizionare solo 1.000 contratti per ordine.
  • Il prezzo è definito da un tasso di riferimento quotidiano, il quale indica il prezzo in dollari statunitensi, a iniziare dalle quattro del pomeriggio (ora italiana).

Un pregio comune a tutte e tre i tipi di future bitcoin (CME, CBOE, Nasdaq) è la possibilità di fare trading andando in short. Ossia, puntare anche al ribasso. Si tratta di un elemento importante, visto che tra i timori maggiori c’è anche quello dell’esplosione della bolla e di un crollo repentino e drammatico delle quotazioni del Bitcoin.

Infine, si segnala una conseguenza positiva che non tarderà a farsi sentire. Ora che i Bitcoin sono entrati nella famiglia dei mercati regolamentati, saranno oggetto di analisi degli esperti (più di quanto non lo siano stati in passati). Ciò implica una quantità maggiore di paper, riflessioni, previsioni outlook, i quali aiuteranno i trader retail a orientarsi, un po’ come oggi accade per tutti gli altri asset.

Future Ethereum e Litecoin saranno i prossimi?

Siamo a metà dicembre 2017, i future di Bitcoin sono in circolazione solo da qualche giorno. E’ presto per trarre conclusioni. Tuttavia, non si può negare che l’operazione sia stata gestita in maniera eccellente. Persino le limitazioni appaiono come puntuali e in grado di ridurre per quanto possibile i rischi legati alla volatilità, concetto che nel Bitcoin ha trovato una interpretazione particolare.

Se i future dei Bitcoin si confermeranno strumenti solidi, efficaci e soprattutto liquidi, si potrebbe assistere in tempi brevi all’entrata in scena nel mercato regolamentato di Ethereum e Litecoin, che sono le due criptovalute rivali di Bitcoin.

Per adesso non ci sono informazioni specifiche o ufficiali in merito. L’unica affermazione verosimile è questa: sia Ethereum che Litecoin hanno le carte in regola per diventare le prossime criptovalute ad abbattere la barriera che separa l’Over the Counter dal mercato regolamentato. Basta guardare la totale assenza di scandali negli ultimi tempi, funzionale all’acquisizione di una certa dose di autorevolezza, e alle loro performance di mercato. Quest’ultimo aspetto si evince da una rapida analisi delle quote di mercato del Bitcoin, che tendono a scendere anche di sei o sette punti percentuale quotidianamente.

La truffa di OneCoin

Il mondo delle criptovalute è oggetto di un pregiudizio di fondo, certamente commutato dal vasto immaginario collettivo che riguarda il trading online in generale. I meno informati credono, infatti, che le criptovalute (tutte le criptovalute) nascondino una truffa. Sicuramente uno dei motivi che sta alla base di questa percezione negativa, purtroppo molto diffusa, è rappresentato dall’alone di mistero che avvolge questo mondo.

Ad avvelenare i pozzi, però, c’è anche l’operato di veri e propri truffatori i quali, sfruttando la fama delle criptovalute, mietono vittime presso la vasta platea degli ingenui. Sicché, per colpa di qualche mela marcia, si dà addosso a tutto il frutteto.
onecoin

Il riferimento più recedente è a OneCoin. Chiariamolo fin da subito: OneCoin è una truffa sì, ma non è una criptovaluta. Semplicemente, era spacciata come tale da chi ha programmato è perpetrato l’inganno. L’antitrust ha fatto luce e ha reso inoffensivo il sistema messo in piedi (e purtroppo operativo) condannando peraltro gli autori a una multa salatissima. In questo articolo parleremo proprio della truffa di OneCoin, spiegando accuratamente in che cosa consisteva. Concluderemo con una riflessione sui motivi che hanno portato questa truffa al successo, una riflessione importante affinché ognuno verifichi di essere un soggetto a rischio o meno.

Cos’era OneCoin

OneCoin era una criptovaluta fittizia. Attraverso uno specifico sito, gli autori chiedevano agli utenti di versare del denaro con la promessa che, attraverso una futura attività di mining, quel denaro avrebbe fruttato svariati OneCoin. Nello specifico, si prometteva che, a fronte di un investimento di poco più di 27.000 euro, l’utente avrebbe ricevuto entro un paio di anni circa 3 milioni di euro.

Di mezzo, il buon vecchio schema Ponzi. Chi, tra gli utenti che avevano giù versato denaro, reperiva altre persone pronte a partecipare al progetto, avrebbe ricevuto una somma di OneCoin più alta. Per inciso, lo schema Ponzi è vietato dall’ordinamento italiano da una dozzina d’anni, ossia dall’entrata in vigore della legge 173 del 2005. Una informazione, questa, di cui non tutti sono in possesso, certamente sconosciuta alle vittime al momento dell’adesione al programma.

Come riconoscere le truffe

Ovviamente, tutto falso. OneCoin non esiste e non è mai esistita, e i 27mila euro che i malcapitati hanno versato non hanno fruttato e non frutteranno un bel nulla.

Il Garante, infatti, ha verificato che le modalità utilizzate dalla società che stava dietro alla truffa, One Life Network, e che si riducevano alla promozione dell’acquisto di valuta virtuale OneCoin e dei pacchetti di formazione, fossero scorrette se messe in relazione ai reali servizi offerti. Già, c’è di mezzo anche la formazione.

A spiegare bene il meccanismo è proprio l’Authority in una nota.

Il reclutamento di nuovi consumatori rappresentava il fine esclusivo dell’attività di vendita e veniva fortemente incoraggiato attraverso il riconoscimento di svariati bonus, unica effettiva e reale remunerazione del programma. L’acquisto del kit di formazione infatti celava la fee d’ingresso necessaria per entrare nel sistema e convincere altri consumatori della bontà del prodotto. In realtà la criptomoneta OneCoin, di cui non è stato possibile verificare l’esistenza e la consistenza, era il pretesto per un sistema che aveva esclusivamente come obbiettivo (e si sosteneva attraverso) l’inserimento di altri consumatori”.

Perché OneCoin ha funzionato

La truffa di OneCoin è stata fortunatamente messa in condizione di non nuocere più. Purtroppo, ha mietuto molte vittime. Eppure, a guardare il sito, un occhio clinico non avrebbe esitato a capire che qualcosa non andava. C’erano vari indizi, infatti, utili a far sorgere più di qualche dubbio.

  • La pagina FAQ era perennemente vuota, recante la scritta “Coming Soon”.
  • Nelle condizioni di servizio si leggeva, certo non a caratteri cubitali, il seguente messaggio: “L’azienda non garantisce che le descrizioni dei prodotti o di tutti gli altri contenuti siano accurate, complete, affidabili, aggiornate o prive di errori”. Queste frasi appaiono come un chiaro tentativo di mettere le mani avanti.

Perché la gente c’è cascata? Ci sono motivi di ordine psicologico e sociale. Prenderne compiutamente visione vuol dire verificare di essere immuni a questo tipo di truffe. OneCoin è stato reso innocuo, ma non è da escludere che in un prossimo futuro spuntino esperimenti del medesimo tipo.

OneCoin ha fatto leva sulle condizioni di prostrazione emotiva di chi non versa in buone condizioni economiche. Chi ha perso le speranze, si aggrappa a tutto e può vedere come un salvagente chi gli promette di risolvere i suoi problemi senza sforzo e in poco tempo. In più, come si evince dal tipo di comunicazione che gli autori portavano avanti, OneCoin è riuscito a mietere vittime perché diceva loro quello che volevano sentirsi dire. Ossia, che anche loro potevano aspirare al guadagno facile, alla ricchezza, all’affrancarsi dalla necessità di lavorare – spesso con fatica – per poter sopravvivere. In un certo senso, la comunicazione di OneCoin era rassicurante.

Un altro motivo è di natura squisitamente tecnica e ha consentito agli autori della truffa di camuffare le loro vere intenzioni anche al cospetto di chi ingenuo e disperato non lo era. Il sito, infatti (pagina FAQ mancante a parte), era costruito bene, in maniera da somigliare ai siti ufficiali di chi propone servizi per il trading online. C’era persino una parte riservata alla formazione. Insomma, il programma è stato ben congegnato, anche se di fronte alle indagini dell’Antitrust ha dovuto capitolare.

Va detto, poi, che lo schema Ponzi è il più efficace per portare avanti le truffe. Posticipa, infatti, il momento in cui i truffati si accorgono di essere truffati, per via del meccanismo piramidale che spinge i partecipanti ai programmi di ritardare la richiesta dei benefit promessi.