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Ricetta Monti: problemi risolti o stiamo peggio di prima?

La ricetta Monti funziona? Riusciremo a salvare la pelle e ad evitare di finire come la Grecia, oppure stiamo solo agonizzando e nel frattempo siamo diventati tutti più poveri, tristi ed incazzati?

Tasse, imposte, austerità, razionalizzazione della spesa pubblica, tagli degli sprechi, sono la formula magica che ci farà ripartire, oppure c’è qualcosa che non funziona, che i bravi tecnici che adesso sono al Governo non riescono a capire, o che fanno finta di non capire?

Tante belle domande meritano risposte da 10 e lode, ma purtroppo nessuno riesce a prevedere con esattezza il futuro, sebbene esistano dei sedicenti maghi che di mestiere fanno proprio questo.
Allora ci dobbiamo accontentare di previsioni, come quelle del tempo, e ribadiamo previsioni, quindi non certezze.

Tuttavia però, se una previsione è fatta con accuratezza, non campata in aria, e sulla base di dati storici ed economici, allora possiamo ragionevolmente attenderci di fare buone previsioni.
Per spiegare (o almeno per ipotizzare secondo il nostro ragionamento) quale potrebbe essere il futuro prossimo dell’Italia e dell’area Euro, prendiamo spunto da alcuni post del professore Alberto Bagnai che trovate pubblicati sul sito http://goofynomics.blogspot.it, Docente di politica economica presso il Dipartimento di Economia dell’Università Gabriele d’Annunzio di Chieti-Pescara.

In primo luogo rispolveriamo la Formazione del PIL (queste formule le trovate in qualsiasi libro di Economia Politica)

Questa è la formula Kenesyana semplificata del reddito:
Y= C + G + I + NX

Y è il reddito
C sono i consumi privati
G è la spesa pubblica
I sono gli investimenti
NX le esportazioni nette, cioè la differenza tra esportazioni ed importazioni di un paese.

Il PIL di un paese non è altro che la somma di tutti i redditi prodotti da quel paese, cioè Y, quindi Y non è altro che il PIL, cioè l’intero valore della produzione. In formule PIL=C + G + I + NX

Adesso facciamo un esempio utilizzando dati inventati:
Supponiamo che L’Italia abbia un debito pubblico di 114 miliardi (nella realtà è di quasi 2 mila miliardi), con un PIL di 95 miliardi ed un rapporto debito/PIL di 114/95 =1,2 – ovvero al 120% (il rapporto è veramente al 120% circa).

Per gli esperti questo rapporto è troppo elevato, quindi bisogna abbassarlo.
Ma come si abbassa?
Essendo un rapporto, o si diminuisce il numeratore, quindi si riduce il debito, oppure si aumenta il denominatore, cioè si aumenta il PIL, quindi aumenta la crescita.

Bene, proviamo a ridurre il debito allora!
Ma come facciamo? Diminuiamo la spesa pubblica e quindi riduciamo le uscite, oppure aumentiamo le entrate, cioè le tasse?

Di aumentare le tasse non se ne parla (in un mondo ideale), quindi diminuiamo la spesa pubblica, eliminiamo gli sprechi, riduciamo i servizi. Non stanno facendo questo al Governo?

Supponiamo di ridurre di 5 miliardi la spesa pubblica, secondo voi cosa succederà al rapporto debito/PIL?
Attenzione, stiamo ipotizzando che:
1. Il PIL rimane costante
2. Non aumentano le tasse
3. Che siamo in pareggio di bilancio. Per la cronaca, il FMI prevede che ciò non accadrà fino al 2017

Allora calcoliamo il nuovo rapporto:
Visto che la spesa pubblica rientra tra i redditi, cioè tra il PIL, dobbiamo togliere 5 miliardi anche al PIL, quindi 109/90 = 1,21 cioè 121%

Dopo tanti sforzi e sacrifici il rapporto è aumentato!
Ma non volevamo ridurlo?

Sebbene sotto determinate ipotesi ed in maniera semplificata, abbiamo dimostrato che se vuoi ridurre il rapporto debito/PIL non puoi solamente ridurre la spesa pubblica.

Allora ritorniamo all’esempio e vediamo di risolvere il problema:
1. Innanzitutto lo stato non è in pareggio e quindi il deficit avrebbe aggravato ancora di più il debito e di contro anche il famoso rapporto.
2. Dobbiamo aumentare le tasse e recuperare denaro per compensare il deficit e la riduzione del PIL
3. Il PIL non è costante, anche se di poco aumenta, tranne in recessione. In Italia cresciamo da anni a tassi del’1 – 2 % annuo.

Quindi, il debito è 114 miliardi, il PIL 95 miliardi, le previsioni per il 2012 vedono un deficit di 3 miliardi ed una crescita del PIL di 2 miliardi.
Il debito aumenterà a 114+3= 117 miliardi, mentre il PIL passerà a 95+2= 97 miliardi.

Se non facciamo qualcosa il rapporto debito/PIL peggiorerà
La soluzione non può consistere solo nel ridurre la spesa pubblica perché come abbiamo visto fa parte del PIL e l’effetto non voluto sarebbe invece l’incremento del rapporto.

Dobbiamo ridurre la spesa pubblica ma anche aumentare le tasse (quasi quasi sembra la ricetta del Governo Monti).
Aumentiamo le tasse e togliamo reddito alle famiglie, ci vogliono dei sacrifici, ma almeno riusciremo nel nostro intento, ovvero ridurre il rapporto debito pubblico/PIL.

Peccato che abbiamo dimenticato la teoria fondamentale di Keynes: Attraverso quello che Keynes chiama moltiplicatore, la variazione di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica, inciderà sul reddito in maniera più che proporzionale rispetto alla variazione iniziale, questo appunto a causa del moltiplicatore.

In parole povere, se aumentiamo le tasse, togliamo reddito alle famiglie, e ipotizzando che il reddito nominale rimanga costante, il reddito disponibile (il reddito che residua tolte le imposte) si riduce. Se il reddito si riduce, i consumi si riducono; se i consumi si riducono, le imprese riducono i profitti, quindi licenziano. Se licenziano, i lavoratori perdono reddito e quindi riducono ancora i consumi. Minori consumi significa minori vendite, quindi investimenti più bassi e di conseguenza riduzione della produzione, cioè ulteriore riduzione del reddito complessivo (PIL) che incide ulteriormente sui consumi. Questa riduzione a spirale è l’effetto del moltiplicatore.
Attenzione, non dimentichiamoci che la spesa pubblica rientra nel PIL, e quindi, se la riduciamo riduciamo ancora di più il PIL.

Morale della favola, una manovra che punta a risollevare le sorti del proprio stato solamente attraverso l’aumento delle tasse e la riduzione della spesa pubblica, senza crescita, non produce benefici duraturi, ma anzi, rischia di peggiorare le cose: Il paese si impoverisce, lavora di meno, consuma di meno, produce di meno.

Nella sua forma standard il moltiplicatore assume questa formula: 1/(1-c) dove “c” è la propensione marginale al consumo, cioè indica quanto il consumatore spende del proprio reddito.
La propensione è compresa tra 0 e 1
Non scende mai sotto lo zero perché il consumatore ha comunque propensione al consumo, non può essere superiore ad 1 perché 1 indica l’intero consumo del reddito.

Se normalmente la propensione marginale al consumo è al 60%, vuol dire che una persona che ha un reddito di 100 ne spende 60.

Così, supponiamo di ridurre G (spesa pubblica di 3 miliardi, come nell’esempio sopra).
Se la propensione al consumo è del 60% il moltiplicatore è 1/(1-0,6)= 2,5 che moltiplicato alla variazione negativa di G (riduzione di 3 miliardi di spesa pubblica) fa:
2,5 * 3 miliardi= 7,5 Miliardi.

Il governo ha ridotto la spesa pubblica di 3 miliardi, ma il reddito, per effetto del moltiplicatore, si è ridotto di 7,5 miliardi.
Adesso noi abbiamo semplificato le cose, ma il reddito si sarebbe ridotto ancora di più a causa dell’aumento delle tasse, senza considerare che incidono altre variabili come gli investimenti, le esportazioni nette, i tassi di interesse, le aspettative dei consumatori e di chi investe.

E allora cosa dovrebbe fare il Governo?
Purtroppo, la morsa dei tassi d’interesse elevati, il deficit e l’elevato debito pubblico condizionano le scelte, tuttavia, la sola politica di austerità non paga e non potrà mai essere la soluzione ai tanti problemi, ne stiamo infatti vedendo le conseguenze, sebbene era chiaro che pagare tassi d’interesse sul debito così alti non poteva essere sostenibile per lungo tempo. Ricordate a quanto era giunto lo spread tra bund tedeschi e btp italiani?

Tuttavia, se non incentivi la crescita dei consumi, quindi la produzione e di conseguenza gli investimenti, il PIL non cresce, e se non cresce il Prodotto Interno, ne hai di inventare tasse e di ridurre sprechi, il problema del rapporto debito/PIL non lo risolvi, anzi, peggiori la situazione e rischi avere minori entrate fiscali.

Se il paese cresce, aumentano le entrate perché tutti lavarono e senza aumentare le tasse l’erario incassa di più. Inoltre, se invece le tasse le riduci, le imprese diventano competitive, i nostri prodotti, che sono sicuramente migliori di quelli stranieri, riusciamo a venderli a prezzi più bassi, esportiamo ed incassiamo. Aumentano le richieste e quindi aumenta la produzione, le imprese assumono e gli italiani lavorano. Felici di avere nuovamente un reddito e nella prospettiva di un futuro migliore, le persone spendono denaro, le imprese investono, il denaro speso fa girare l’economia che cresce e produce ulteriori redditi e aumenti di consumo. Lo stato aumenta le proprie entrate fiscali senza necessariamente aumentare le tasse.

Scusate, ritorniamo alla realtà dei tassi di interessi elevati che gonfiano il debito, e alle 80-90 nuove tasse introdotte dal Governo Monti!
Il prof con tutti i suoi tecnici sono degli scemi?
No di certo, anzi, sono molto furbi, sanno bene cosa stanno facendo, il problema è che per cercare di salvare l’Italia la loro soluzione è quella di sacrificare gli Italiani, invece che prendere scelte coraggiose: Bisogna abbassare le tasse, ci vuole una politica improntata sulla crescita, è l’aumento del PIL che risolve tutti i problemi.

Invece la disoccupazione rimane alta, i salari reali si abbassano, i poveri diventano ancora più poveri, gli imprenditori non vedono futuro e si suicidano, però, le banche le stanno salvando con denaro pubblico e gli uomini del potere rimangono con gli stessi stipendi e privilegi di prima.

Tassazione dei profitti sul trading

Tassazione

I profitti derivanti dall’attività di trading, sia che derivino dall’investimento in opzioni, azioni, forex o altre attività finanziarie, vengono considerate, a seconda della tipologia, Rendite Finanziarie o redditi diversi di natura finanziaria.
A tal proposito, gli investimenti finanziari, i redditi di capitale e i redditi diversi, devono essere inseriti nella propria dichiarazione dei redditi.

La nuova normativa entrata in vigore dal 1° gennaio 2012, con il Decreto Legge n. 138/2011 convertito nella Legge n.148/2011 e il D.l. 216/2011, stabilisce che tutte le rendite finanziarie, i redditi di capitale e redditi diversi, sono soggetti ad una tassazione unica pari ad una aliquota fissa sostitutiva del 20%.

In particolare, con la circolare dell’ottobre 2011 l’Agenzia delle Entrate ha finalmente fatto luce sulla questione della imposizione fiscale dei profitti derivanti dal trading sul forex

Si passa così dalla precedente aliquota del 12,50%, ad una aliquota meno conveniente del 20%.
Purtroppo, le difficili condizioni del paese non hanno risparmiato dalla richiesta di maggiori sacrifici, anche chi ottiene profitti da attività finanziarie.

Tuttavia, bisogna ammettere che per le condizioni del momento e l’elevata pressione fiscale di tutti gli altri settori d’attività, l’attività di un trader è ancora oggi soggetta a bassa tassazione.

Come svolgere l’Attività

Con tutte le autorizzazioni, documenti, certificati, fogli e fogliettini che sono richiesti per avviare un’attività autonoma, commerciale, agricola, artigianale o d’impresa, sorge il dubbio se anche per chi opera nei mercati finanziari abbia l’obbligo di presentare una qualche documentazione prima di iniziare la propria attività.

Sembra incredibile come ancora oggi non esista alcun obbligo di sorta per il trader, ma è così. Chi desidera investire in attività finanziarie non deve avviare nessuna attività d’impresa, può svolgere tutto da privato cittadino. Unico obbligo, e di certo non poteva essere altrimenti, quello di dichiarare al fisco i redditi prodotti.

Il nostro consiglio è comunque quello di consultare per maggiore sicurezza il vostro commercialista di fiducia per una serie di importanti motivi tra i quali ricordiamo:
1. Come comportarsi se si opera con un broker estero che non ha l’obbligo di sostituto d’impota.
2. Tassazione sul Forex soggetta spesso a chiarimenti da parte dell’Agenzia delle entrate, per ultima la circolare 102/E di ottobre 2011

Italiani sempre più poveri, eroso il potere d’acquisto.

Il posto fisso è ormai una chimera un po’ per tutti. Sono finiti i tempi dei nostri padri dove ci si alzava la mattina per andare a lavorare, e poi si tornava a casa dalla propria famiglia.

Oggi il lavoro non esiste, in cambio ci sono le tasse, e di conseguenza la famiglia può attendere. D’altra parte ai giorni nostri chi sarebbe tanto “pazzo” da crearsi una famiglia se non esiste nessuna possibilità per i giovani di lavorare e di progettare per il futuro?

Il problema è che non si fa nulla o si fa troppo poco per creare le giuste condizioni per dar vita a nuovi posti di lavoro, così, mentre tanti laureati sono costretti a lavorare in cambio di una miseria presso i tanti call center, gli imprenditori si suicidano uno dopo l’altro perché non riescono a sopportare il peso dei debiti.

E chi ha il posto fisso? Questi sopravvivono, ma sono le generazioni passate, quelle future non sanno neanche cosa significhi posto fisso.
Gli Italiani si sono impoveriti, e adesso quale futuro ci attende?.

Secondo i dati Istat, dal 2008 gli italiani hanno perso quasi il 10% in potere d’acquisto, questo perché mentre i prezzi aumentano, gli stipendi rimangono gli stessi.
Ovviamente le recenti tasse, l’aumento della benzina, dell’IVA, delle accise e di moltissime altre imposte, senza dimenticare l’IMU, stanno erodendo ancora di più la capacità di acquisto.

Come si esce da questa situazione?
Si spera che questo e i Governi futuri siano in grado di trovare delle soluzioni adeguate ai problemi.
Quello che possiamo consigliare noi è di non vivere di speranza ma di usare la testa, di metterla in moto e di far affiorare idee interessanti da trasformare in business.

In fin dei conti, chi svolge l’attività di trader conta solo sulle proprie forze, non attende i miracoli del Governo, che ci sia crisi o prosperità, i mercati sono sempre lì con le loro regole. Chi è bravo guadagna, e anzi, durante le fasi recessive i mercati offrono le migliori opportunità di profitto.

Crollo delle vendite Auto nei primi mesi del 2012

Non Poteva accadere diversamente con il prezzo dei carburanti che continua a salire ed il Governo che per trovare fonti di finanziamento tassa sempre gli stessi settori, un esempio ne è l‘aumento delle accise fino ad un massimo di 5 centesimi per finanziare territori colpiti da calamità e disastri naturali.

Nel mese di marzo si registra un vertiginoso calo del mercato automobilisco europeo, in particolar modo ne risentono maggiormente i paesi che da questa crisi stanno riscontrando forti difficoltà, come l’Italia e la Spagna.

I risultati italiani mostrano un calo del 27% rispetto a marzo dello scorso 2011, in pratica non si registrava un segno così negativo dal lontano 1980.
Il primo trimestre si chiude dunque con un meno 21%.

Anche la Spagna non sorride, dove il calo è meno netto, sebbene questo però si protrae già da due anni consecutivi.

Resistono Gran Bretagna e Germania.
La prima perché storicamente questo periodo è sempre stato quello che ha fatto registrare forti vendite, mentre per la Germania perché è l’unico paese Europeo che durante la crisi registrava i minori ribassi del PIL, e durante i periodi di ripresa registra invece i più alti tassi di crescita.

Malissimo anche la Francia che assieme all’Italia registra elevati tassi di cedimento.

Secondo quanto emerge dalla situazione attuale, il mercato italiano sembra essere uno di quelli che sta risentendo maggiormente delle vendite per una serie di fattori piuttosto evidenti:

Crescita inarrestabile dei prezzi dei carburanti
Sfiducia dei consumatori, che rimandano dunque gli investimenti in beni durevoli nel futuro
Incertezza sul futuro
Nessun segnale di ripresa economica che ovviamente condiziona le scelte d’acquisto
Prezzi delle assicurazioni esorbitanti
Altre imposte sull’acquisto ed il mantenimento dell’automobile troppo elevate, ad esempio il superbollo per le auto di grossa cilindrata
Alta disoccupazione
Limitazioni all’utilizzo del contante
Perdita di potere di acquisto (aumentano le tasse e i prezzi ma non gli stipendi)
Manovre che si scagliano sul settore incuranti delle già grosse difficoltà

Sebbene a livello generale sembrano resistere le auto di lusso, perché si sa, la crisi colpisce i poveri e non i ricchi, in Italia anche questo comparto perde terreno.
Tra i maggiori motivi, in aggiunta a quelli sopra elencati sicuramente l’eccessivo controllo sulle transazioni.
Il Cavallino Ferrari ha visto ridurre le vendite del 50%, la Maserati del 70%.

E proprio ieri le Iene hanno mandato in onda un servizio dove spiegano perché molti italiani delle auto di lusso preferiscono acquistarle con targa tedesca in leasing:

Non si paga il super bollo
Le assicurazioni costano meno
Dal contratto di leasing risulta proprietario la società tedesca
Per una legge tedesca, le multe prese in italia da una auto tedesca non possono essere pagate. Ricordiamo che il proprietario risulta la società tedesca e non chi guida l’auto (ciè l’italiano).

Tassa di 1,5€ per sbarcare sulle isole minori

Come dire, tutti aumentano le tasse ed io no?
Ed allora ecco accontentati i sindaci delle belle ma piccole isole italiane come quella del Giglio, Ischia, Procida, Ponza, Lipari, Elba ecc ecc…

Così, questi piccoli comuni che hanno forti difficoltà a mantenere bilanci in pareggio, potranno anche loro beneficiare di una tassa aggiuntiva che verrà fatta pagare ai turisti che sbarcano per visitare le meravigliose isolette italiane.

Ovviamente commenti positivi dai sindaci che dichiarano che attraverso l’assoziazione delle isole minore da tempo chiedevano una mano al Governo.
Una tassa giusta, una tassa equa a parer loro, che li aiuterebbe e non poco a far fronte alle tante spese e alle poche entrate che rendono i bilanci sempre più poveri.

Si potrà pagare fino ad un massimo di 1,50€ a persona, la tassa verrà applicata sul costo del prezzo del biglietto per il traghetto.
Molti sindaci hanno dichiarato che provvederanno immediatamente alla sua introduzione, anche se valutaranno il costo minimo indispensabile per garantire i servizi.