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Previsioni 2015 e Gestione Rischi Finanziari

Ecco un estratto dei commenti e pensieri finanziari del nostro amico Matteo Nobile, stimato professionista del settore in Svizzera.

Premessa:

Preferisco un approccio basato sulla gestione del rischio, dove risulta più importante evitare di subire particolari danni piuttosto che "vincere" sulla scelta dell'investimento perfetto. 

Previsioni 2015 e costruzione di portafogli

Ci risiamo: verso la fine dell'anno, l'etere (tv, radio, web) si riempie di outlook finanziari e oroscopi. I primi li valutiamo con la massima attenzione, sperando di capire dove mettere i nostri sudati risparmi per farli fruttare, i secondi li ascoltiamo con un misto tra scetticismo e divertimento, sapendo che in fondo, o sono tremendamente generici, oppure non ci azzeccano.

Ma quante volte ci hanno azzeccato gli outlook finanziari?

Difficile fare una statistica, vista la dispersione dei dati, di come questi vengono registrati e di come molti, a volte un po' come gli oroscopi, sono piuttosto generici, oppure si riferiscono ai dati economici ma non alla valutazione degli strumenti finanziari. È però possibile fare una valutazione inversa: valutare cosa sarebbe successo se le previsioni fossero state corrette e confrontarle con cosa è realmente successo.

Prendiamo gli ultimi 27 anni e consideriamo le azioni globali (MSCI World), quelle emergenti (MSCI Emerging), le obbligazioni globali (con cambio protetto), l'oro, il greggio, e il CHF, dal punto di vista di un investitore in USD.

  • Se questo investitore avesse investito la stessa quantità in ognuna di queste asset classes avrebbe ottenuto una performance di 5.4% circa all'anno, negli ultimi 27 anni.
  • Se fosse stato possibile non investire solo nella peggiore, il risultato sarebbe quasi raddoppiato a 10.3% all'anno, per 27 anni.
  • Se addirittura fosse stato possibile investire nelle migliori 3, la performance sarebbe di nuovo quasi raddoppiata, a 19.2% all'anno, per 27 anni.

Per un parametro di misura, 100 dollari a fine 1987 sarebbero diventati rispettivamente 426 (investendo in tutte le asset classes), 1610 (investendo in tutte tranne la peggiore), 17600 investendo nelle migliori 3. A riferimento, investendo sempre nella migliore, alla fine del periodo ci saremmo trovati con 254056 USD (29% all'anno), mentre investendo sempre nella peggiore, sarebbero rimasti 55 cts (-19% all'anno). Visto in un altro modo, investendo in tutte tranne la peggiore, anno per anno, si sarebbe ottenuta la stessa performance della migliore delle asset classes (mercati emergenti) con un terzo del rischio. Interessante anche notare come l'investimento nei migliori 3 abbia ottenuto sempre risultati positivi, ogni anno, passando indenne nelle crisi del 2000-2003 e del 2007-2009. Va anche notato che non si tratta di prevedere l'ammontare della performance, semplicemente una graduatoria, dalla migliore alla peggiore.

Io non conosco portafogli che abbiano ottenuto 20% di performance annua su 27 anni consecutivi con un rischio di poco superiore al 10%! Qualche portafoglio è arrivato vicino ai 10% all'anno, come ad esempio Carmignac Patrimoine che dal 1989 ad oggi ha offerto circa 8.5% annuo. Si tratta però di casi piuttosto rari. Portafogli come lo UBS Balanced sono più vicini al 5.3%, addirittura sotto la media.

Questi dati empirici mostrano come la possibilità di prevedere l'andamento delle asset classes finanziarie sia decisamente inferiore a quello che si vuole far credere.

  • Ad oggi, per tornare alla situazione attuale, è difficile, se non impossibile, prevedere quale sarà l'impatto del prezzo del greggio a 60 invece che a 100.
  • Impossibile prevedere se da qui a qualche mese i paesi dell'OPEC si accorderanno per un taglio di produzione, facendo tornare i prezzi, presumibilmente, verso 90-100 USD.
  • Per quanto se ne discuta, è difficile, se non impossibile, prevedere quale possa essere l'impatto di un rialzo dei tassi a breve in USA, sempre che la FED decida di rialzarli, altra cosa non esattamente certa.
  • È difficile, se non impossibile, determinare se le riforme italiane sulla legge del lavoro troveranno un riscontro economico oppure si tradurranno in scioperi e tumulti sociali.
  • Se la Cina sarà in grado di rilanciare la propria economia, magari stimolando i consumi piuttosto che i crediti.
  • Se la BCE sarà davvero in grado di rilanciare l'attività creditizia e i relativi investimenti tramite un quantitative easing, oppure altre forme di intervento, oppure se sarà sufficiente la forza del dollaro (e la relativa debolezza dell'EUR).
  • Se la demografia sfavorevole in gran parte dei paesi sviluppati sarà un freno eccessivo già nell'anno prossimo, oppure lo sarà nei successivi. Se questo freno sarà solo temporaneo e poi la situazione si normalizzerà verso nuovi equilibri.
  • Se i baby boomers che oggi lasciano il mondo del lavoro e fanno “paura” in termini di onere sociali, trasferiranno la loro ricchezza agli eredi.

Le incognite sono troppe, così come sono complesse, non lineari e in buona parte sconosciute le dinamiche tra le variabili economiche e sociali. Non siamo nemmeno così certi di quanto queste variabili si traducano poi in una variazione di prezzo delle asset classes. Il Price earning ratio di 22.5 dell'indice Euro Stoxx 50, di 20 sullo SMI, di 18 sullo S&P500 è “corretto” ? Come possiamo misurare la “correttezza” di questo parametro ? In base ai tassi di interesse ? Di medio, di lungo periodo ? In base all'inflazione oppure alle sue aspettative ? Solo l'anno scorso non c'era economista che non giurasse sulla testa dei suoi figli che i tassi di interesse erano assolutamente troppo bassi e che erano destinati a salire…

 

tassi di interesse

 

Per quanto fossero bassi, i tassi sulle principali valute sono scesi ulteriormente durante tutto l'anno. Ad oggi, più o meno tutti gli economisti ci assicurano che i tassi sono destinati a salire… a me sembra un po' un déjà-vu, ma prima o poi avranno sicuramente ragione.

Un altro modo di vedere la cosa è capire cosa sarebbe possibile fare se davvero le previsioni fossero corrette. Si supponga di poter dire che l'anno prossimo, il 19 di dicembre, l'indice S&P500 sarà a 2325, quindi un rialzo di 11.3% a partire dal livello attuale. Sarebbe possibile acquistare un'opzione call 2300 a 31.8 USD e vendere un'opzione call 2325 a 27 USD. Il “costo” sarebbe quindi di meno di 5 USD, ma se davvero l'indice arriverà a 2325, le 2 opzioni combinate varranno 25 USD… quintuplicando l'investimento! Il fatto che non si vedano spesso risultati del genere dovrebbe far capire quanto sia difficile azzeccare l'esatta posizione di un indice a distanza di mesi.

La costruzione del portafoglio 2015

Lo scenario presenta una quantità di incognite e di fattori poco ponderabili da rendere molto difficile anche capire quale potrebbe essere la classe peggiore sui prossimi 12 mesi. In secondo luogo, la suddivisione tra obbligazioni e azioni lascia oggi il tempo che trova. In un portafoglio 70% bond e 30% equity, in EUR, con le obbligazioni che offrono un rendimento di 1.4% con una duration di 7 anni, è sufficiente un movimento dei tassi di 0.2% per annullare il rendimento del pacchetto azionario, e per compensare una discesa del 15% dei mercati azionari, che si traduce in 4.5% di impatto sul portafoglio è necessario che i tassi scendano di 50 basis (0.5%) per compensare la perdita… tassi a 0.9% che però indicano una situazione ben più critica in generale. (giapponesizzazione).

La diversificazione, l'asimmetria e probabilmente l'inserimento di elementi “absolute return” sembra oggi più importante che mai.

Tenendo però conto che le correlazioni potrebbero mutare rapidamente, a fronte delle operazioni delle banche centrali, che significa che il portafoglio andrà controllato continuamente per assicurarsi che i fattori di rischio continuino ad essere poco correlati.

 

correlazioni assett finanziari e valute

EURUSD minimi 2014 effetti Riunione BCE

In attesa della riunione della BCE del 4 Dicembre per valutare le stime di crescita e di inflazione per il prossimo biennio, oggi l'EURUSD segna un nuovo minimo annuale 2014 sfiorando 1,2300.

E' probabile che lo scenario sui dati macroeconomici continui a segnalare una debole crescita futura e una critica situazione sul lato dei prestiti al consumo. Gli operatori finanziari sono pronti a scommettere sulla possibiltà a breve di nuovi interventi di politica monetaria espansiva da parte dell'organo capitanato da Mario Draghi come da lui stesso fatto intendere durante l'ultima riunione ufficiale al parlamento europeo.

I titoli di stato potrebbero essere oggetto di acquisto direttamente da parte della Banca Centrale Europea per arginare i seguenti problemi:

  1. le decisioni attuate fino ad ora dimostrano scarsa efficacia
  2. le nuove statistiche sull'inflazione segnalano ulteriori cali nei prossimi mesi con rischio di deflazione

Tuttavia l'annuncio esplicito di un possibile nuovo intervento tramite l'acquisto dei titoli di Stato europei non è immediato a causa degli accordi interni al consiglio BCE che non sono stati ancora raggiunti oltre ai possibile limiti tecnici e legali di tale tipo di intervento di politica economica.

previsioni-deflazione-europaGli unici effetti sui mercati in seguito alle parole di Draghi sono stati gli acquisti da parte di fondi sui titoli di stato europei nei segmenti "lungo" ed "extra lungo" preparandosi ad un possibile intervento stile FED. Sono queste infatti le scadenze dove la BCE potrebbe decidere di intervenire.

EURUSDDaily

Come fare trading su EURSUD?

Valutando l'indicatore TrendGT continuiamo a sostenere un trend ribassista con obiettivi di 1,212 (circa 180 pips dal prezzo attuale) dove si incrocia un supporto sul Weekly dal 2012.

GBPUSD invece ha realizzato un rimbalzo portando alla luce la fine del possibile trend ribassista (c'è anche una divergenza sull'RSI nel grafico Daily). La strategia di forex trading attuale ci suggerisce di vendere EURUSD e comprare GBPUSD finchè i due cross non tornano ad allinearsi con il loro spread differenziale.

 

Il soffio del drago – di Matteo Nobile

Anche questa settimana ospitiamo un articolo di Matteo Nobile, stimato analista finanziario di InfoMercati e BSI S.A. Bank.

Buona lettura!

Sembrava dovesse essere la solita settimana monotona, con il nulla uscito dal G8 australiano, tranne per le telenovela Putin, dati macro a ribadire la difficoltà europea e la stabilità/ripresa USA e pochi risultati societari. Tanto che giovedì, i mercati sembravano sonnolenti. 

Poi ci ha pensato Draghi, cogliendo l'occasione del congresso bancario europeo a Francoforte. Non che abbia detto nulla di nuovo o di eclatante: la solita retorica sul fatto di essere pronti a fare di più, ad allargare la tipologia di asset acquistabili, il tutto per “fare il possibile per sostenere l'inflazione e le aspettative inflazionistiche”. 

Una sorta di “whatever it takes”, come quello del 2012, questa volta riferito all'inflazione invece che all'EUR stesso. 

La reazione del mercato non si è fatta attendere e anche se meno istantanea delle reazioni che di solito si vedono in occasione degli speech ufficiali (il prossimo per il 4 dicembre, dove a questo punto le aspettative sono altissime), non è stato meno importante. 

I mercati azionari, in particolare in Europa, in particolare nelle zone che più sarebbero favorite da un quantitative easing “totale” come Italia e Spagna hanno messo a segno rialzi importanti, con un forte rimbalzo del settore finanziario. 

Gli altri mercati mondiali hanno comunque fatto piuttosto bene, anche se non con la stessa forza. 

La curva USA si è abbassata, la curva tedesca ha visto un “flattening” (la parte breve si è leggermente alzata, la parte lunga si è abbassata), ma soprattutto sono scesi, ulteriormente, gli spread di credito verso i periferici: lo spread italiano è tornato rapidamente verso 140 punti, mentre quello spagnolo verso i 124. Tanto che ad oggi, il tasso obbligazionario italiano a 10 anni è il più  asso di sempre, a 2.21%. 

Gli spread di credito non sono stati da meno, con gli high yield a essere particolarmente favoriti, con un ribasso di quasi 10 basis. 

Allo stesso modo, la reazione delle valute, con l'EURUSD a scendere rapidamente sotto 1.24, favorendo di conseguenza il rialzo di USDCHF sopra 0.97.

La reazione del mondo delle commodities è fondamentalmente rimasta allineata al movimento di EURUSD, che a fronte di un calo appena sopra 1% ha fatto salire il prezzo delle materie prime di 1%. 

Manca poco più di una settimana al prossimo meeting ufficiale della BCE e i mercati saranno sempre più assetati di dettagli, soprattutto sulle date o almeno i “trigger” che spingeranno la banca centrale europea a fare ancora di più. 

La nuova scommessa di Draghi

Nel 2012, Draghi riuscì, con 2 frasette in tono piuttosto minaccioso, a eliminare il rischio di implosione dell'EUR. Annunciò che avrebbe fatto qualunque cosa possibile per salvare l'EUR e il mercato non ebbe altra possibilità che crederci, smettere di shortare euro e periferici nella migliore tradizione del “don't fight the fed”  (in questo caso “don't fight the ECB”). 

Senza particolari manovre monetarie colossali, Draghi portò l'EUR contro un basket di divise da 1.16 a 1.44 nel giro di 2 anni. Non meno importante, portò lo spread di Italia, Spagna e Portogallo, da 480, 600 e 1000 rispettivamente a qualcosa come 134, 144 e 223 rispettivamente. 

Incredibile la costruzioni di “firewall”: il fallimento di Espirito Santo nel 2014 non ha prodotto più di un singhiozzo nell'intero sistema finanziario, mentre solo nel 2012, un evento del genere avrebbe devastato il sistema.

Non meno degno di nota il fatto che con gli ultimi AQR e stress test, diverse banche hanno dovuto raccogliere nuovo capitale… qualcuno se n'è accorto ? Ci si può immaginare quale sarebbe stata la situazione solo 2 anni fa all'annuncio che una mezza dozzina di banche erano sull'orlo del fallimento e non avrebbero sopportato un qualunque stress finanziario ?

Il tutto, praticamente, senza dover avviare le stampanti e muovendosi all'interno del mostro burocratico/normativo europeo.

Ad oggi, Draghi ha stabilizzato i tassi, è riuscito a far scendere il valore dell'EUR (a favore delle esportazioni) senza far risalire i tassi, con il costo del denaro italiano ai minimi storici. 

La nuova scommessa è quella di lottare contro la deflazione. È una scommessa molto più complessa perchè l'inflazione riguarda la capacità di ridurre lo stock di debito, così come evitare che il consumatore si chiuda definitivamente su sé stesso in attesa di prezzi più bassi. 

L'inflazione, a parte per alcune tipologie di prestiti, generalmente governativi, non è però una variabile così influenzabile dal punto di vista finanziario, come potrebbe essere una valuta o un tasso di interesse. 

Riguarda la volontà e il desiderio degli imprenditori di investire in nuova capacità produttiva, e di farlo in modo da creare posti di lavoro, quindi in modo forse meno efficiente che non comprando robot e automatizzando i processi già in essere. 

Questa volta Draghi non sta bluffando con la finanza, ma con l'economia reale. 

Lo si nota anche dal suo commento di venerdì, quando, un po' sottaciuto dai mezzi di comunicazione, Draghi ha parlato ovviamente di tutto quello che la BCE potrà fare “nel caso che”, ma ha anche sottolineato che la sola politica monetaria non può risolvere il problema, che la BCE si prende tutte le responsabilità che deve prendersi, ma che anche gli altri (la politica) devono fare la loro parte. 

Tanto che Draghi è stato piuttosto esplicito nell'indicare che “dopo l'unione bancaria è necessaria un'unione economica”. 

Forse uno dei messaggi più sottili e allo stesso tempo pesanti del presidente della BCE. 

Naturalmente, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.