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Il soffio del drago – di Matteo Nobile

Anche questa settimana ospitiamo un articolo di Matteo Nobile, stimato analista finanziario di InfoMercati e BSI S.A. Bank.

Buona lettura!

Sembrava dovesse essere la solita settimana monotona, con il nulla uscito dal G8 australiano, tranne per le telenovela Putin, dati macro a ribadire la difficoltà europea e la stabilità/ripresa USA e pochi risultati societari. Tanto che giovedì, i mercati sembravano sonnolenti. 

Poi ci ha pensato Draghi, cogliendo l'occasione del congresso bancario europeo a Francoforte. Non che abbia detto nulla di nuovo o di eclatante: la solita retorica sul fatto di essere pronti a fare di più, ad allargare la tipologia di asset acquistabili, il tutto per “fare il possibile per sostenere l'inflazione e le aspettative inflazionistiche”. 

Una sorta di “whatever it takes”, come quello del 2012, questa volta riferito all'inflazione invece che all'EUR stesso. 

La reazione del mercato non si è fatta attendere e anche se meno istantanea delle reazioni che di solito si vedono in occasione degli speech ufficiali (il prossimo per il 4 dicembre, dove a questo punto le aspettative sono altissime), non è stato meno importante. 

I mercati azionari, in particolare in Europa, in particolare nelle zone che più sarebbero favorite da un quantitative easing “totale” come Italia e Spagna hanno messo a segno rialzi importanti, con un forte rimbalzo del settore finanziario. 

Gli altri mercati mondiali hanno comunque fatto piuttosto bene, anche se non con la stessa forza. 

La curva USA si è abbassata, la curva tedesca ha visto un “flattening” (la parte breve si è leggermente alzata, la parte lunga si è abbassata), ma soprattutto sono scesi, ulteriormente, gli spread di credito verso i periferici: lo spread italiano è tornato rapidamente verso 140 punti, mentre quello spagnolo verso i 124. Tanto che ad oggi, il tasso obbligazionario italiano a 10 anni è il più  asso di sempre, a 2.21%. 

Gli spread di credito non sono stati da meno, con gli high yield a essere particolarmente favoriti, con un ribasso di quasi 10 basis. 

Allo stesso modo, la reazione delle valute, con l'EURUSD a scendere rapidamente sotto 1.24, favorendo di conseguenza il rialzo di USDCHF sopra 0.97.

La reazione del mondo delle commodities è fondamentalmente rimasta allineata al movimento di EURUSD, che a fronte di un calo appena sopra 1% ha fatto salire il prezzo delle materie prime di 1%. 

Manca poco più di una settimana al prossimo meeting ufficiale della BCE e i mercati saranno sempre più assetati di dettagli, soprattutto sulle date o almeno i “trigger” che spingeranno la banca centrale europea a fare ancora di più. 

La nuova scommessa di Draghi

Nel 2012, Draghi riuscì, con 2 frasette in tono piuttosto minaccioso, a eliminare il rischio di implosione dell'EUR. Annunciò che avrebbe fatto qualunque cosa possibile per salvare l'EUR e il mercato non ebbe altra possibilità che crederci, smettere di shortare euro e periferici nella migliore tradizione del “don't fight the fed”  (in questo caso “don't fight the ECB”). 

Senza particolari manovre monetarie colossali, Draghi portò l'EUR contro un basket di divise da 1.16 a 1.44 nel giro di 2 anni. Non meno importante, portò lo spread di Italia, Spagna e Portogallo, da 480, 600 e 1000 rispettivamente a qualcosa come 134, 144 e 223 rispettivamente. 

Incredibile la costruzioni di “firewall”: il fallimento di Espirito Santo nel 2014 non ha prodotto più di un singhiozzo nell'intero sistema finanziario, mentre solo nel 2012, un evento del genere avrebbe devastato il sistema.

Non meno degno di nota il fatto che con gli ultimi AQR e stress test, diverse banche hanno dovuto raccogliere nuovo capitale… qualcuno se n'è accorto ? Ci si può immaginare quale sarebbe stata la situazione solo 2 anni fa all'annuncio che una mezza dozzina di banche erano sull'orlo del fallimento e non avrebbero sopportato un qualunque stress finanziario ?

Il tutto, praticamente, senza dover avviare le stampanti e muovendosi all'interno del mostro burocratico/normativo europeo.

Ad oggi, Draghi ha stabilizzato i tassi, è riuscito a far scendere il valore dell'EUR (a favore delle esportazioni) senza far risalire i tassi, con il costo del denaro italiano ai minimi storici. 

La nuova scommessa è quella di lottare contro la deflazione. È una scommessa molto più complessa perchè l'inflazione riguarda la capacità di ridurre lo stock di debito, così come evitare che il consumatore si chiuda definitivamente su sé stesso in attesa di prezzi più bassi. 

L'inflazione, a parte per alcune tipologie di prestiti, generalmente governativi, non è però una variabile così influenzabile dal punto di vista finanziario, come potrebbe essere una valuta o un tasso di interesse. 

Riguarda la volontà e il desiderio degli imprenditori di investire in nuova capacità produttiva, e di farlo in modo da creare posti di lavoro, quindi in modo forse meno efficiente che non comprando robot e automatizzando i processi già in essere. 

Questa volta Draghi non sta bluffando con la finanza, ma con l'economia reale. 

Lo si nota anche dal suo commento di venerdì, quando, un po' sottaciuto dai mezzi di comunicazione, Draghi ha parlato ovviamente di tutto quello che la BCE potrà fare “nel caso che”, ma ha anche sottolineato che la sola politica monetaria non può risolvere il problema, che la BCE si prende tutte le responsabilità che deve prendersi, ma che anche gli altri (la politica) devono fare la loro parte. 

Tanto che Draghi è stato piuttosto esplicito nell'indicare che “dopo l'unione bancaria è necessaria un'unione economica”. 

Forse uno dei messaggi più sottili e allo stesso tempo pesanti del presidente della BCE. 

Naturalmente, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire.

+500

Antonio

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